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Mi mancava internet, per avere una casa completa, e adesso ce l’ho.
E siccome non c’è nulla, nella conquista delle mia casa genovese, che non sia stato sudato a colpi di assoluta improbabilità, la linea telefonica non poteva essere da meno.
L’amica che ha dato la svolta alla situazione sotto Natale, impietosendo i tecnici che aspettavo invano da settembre, mi chiama e mi fa: “Dovresti farti prestare un polmone d’acciaio: ti ho descritto come un’invalida grave e hanno segnalato la tua linea telefonica come urgente. Sei la loro buona azione dell’anno.”
“Un polmone d’acciaio? E dove lo prendo?”
“Già: allora dovrai spacciarti per la segretaria dell’invalida. Ma se poi ti chiedono la carta d’identità dell’intestaria della linea e ti riconoscono dalla foto? L’unica è mettersi un burqa. Sarai la segretaria musulmana integralmente velata.”
“Ah. Sì, un burqa ce l’ho.”
In effetti ce l’ho davvero, un burqa. Una abaya, a dire il vero. Regalo dell’ex musul-marito.

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“Sì, ma io abito su una torre, si vede che non posso essere un’invalida grave. Il massimo che posso fare è accusare problemi di deambulazione, ma in piedi devo starci.”
“Mannò, dai, mettiti il burqa: starai benissimo.”
E quindi mi chiedevo se zoppicare, all’arrivo del tecnico, o accoglierlo in niqab: poi lui ha bussato alla mia porta prima del previsto, io non ricordavo in quale cassetto fosse ‘sto burqa e, insomma, mi sono risolta ad andargli ad aprire con un solo piede funzionante.
E poi, senti, il cervello femminile è quello che è: ‘sto tecnico era un giovanottone carino assai e la vanitosa che è in me opponeva resistenza all’idea di zoppicargli davanti. E così mi sono ritrovata a zoppicare, sì, ma poco. Sempre meno.
Lo strettamente indispensabile.
In pratica, ero una che finge di essere zoppa e poi, da zoppa, si sforza di non sembrarlo.
Complicatissimo.
Poi lui se ne è andato ed io mi sono detta: “Ah, ma se non sono zoppa!” e ricordarlo è stato mentalmente riposante. Una si compenetra, nelle cose.
Comunque ho la linea, adesso, e internet a casa.
Y olé.

Mi piace ricapitolare un attimo l’accidentato download dell’Haramlik a Genova, ché le cose svaniscono, se non le scrivi, e questa me la sono sudata troppo per vederla svanire
Dunque: sono arrivata a Ferragosto. Ho trovato casa a settembre. La casa si è divisa in a) fase sacco a pelo e b) fase materasso.
La fase-materasso – grazie a un pronto intervento di Cri che, prima del travaso dei miei beni da Milano a Genova, aveva affettuato un blitz d’emergenza riempiendosi il bagagliaio della macchina di cose indispensabili alla mia sopravvivenza – è stata accompagnata dalla lunghissima fase-bollitore.
Nel senso che non avevo la cucina ma, essendo la fiera proprietaria di un bollitore e di una macchinetta del caffè napoletana che richiede solo dell’acqua calda per prodursi nel migliore caffè possibile, ne sentivo la mancanza solo da mezzogiorno in poi. La tazzina, poi, la lavavo in bagno e la mettevo ad asciugare sulla finestra.

Le librerie hanno preceduto la cucina, e questo vorrà pur dire qualcosa. Che dovrei mettermi a dieta, forse. La fase-librerie è quella che definirei “del bricolage” o, almeno, dell’apprendimento del relativo lessico.
Ho imparato a dire: “mordente”, “vite da sei”, “fisher”, “multistrato”, “la punta è fottuta”. Oggi sono una donna che non esita, quando le chiedono di prendere la brugola, ed ho anche imparato a non dire più “brujola” con la jota spagnola come inspiegabilmente facevo all’inizio, forse perché la mia mente era convinta di avere a che fare con una parola straniera.
Soprattutto, non esiste mobile dell’Ikea che io non sappia montare. E ormai li chiamo per nome anch’io, come i veri adepti: “Rimetti il libro nella Billy, per favore?”

La cucina è arrivata a fine ottobre o inizio novembre, una cosa del genere. Assieme all’acqua in cucina che, va detto, è una di quelle cose che cambiano la vita di un essere umano.
Acqua in cucina in cui, peraltro, il mio ex islamo-marito si è esibito in una prestazione che non può essere taciuta ed è la seguente:
“Dunque, ora che mi rendo finalmente conto che il divorzio islamico comporta dei doveri, ho deciso di mandarti un idraulico amico mio che ti installerà il rubinetto a mie spese.”
E mi arriva tale Omar, marocchino, che riconosce festoso il mio palazzo: “Ma io qui ci vivevo 20 anni fa, conosco tutti! Conosco anche il fabbro del piano di sotto che però è anche idraulico!”
E corre a chiamare il fabbro, genovesissimo, e me lo porta a casa.
L’ex marito, intanto, che ha una perniciosa vena poetica e che a tratti manca del dono dell’opportunità, mi informa per sms: “Sai, ho detto all’idraulico cosa sei stata per me…”
Ed eccomi qui, dunque: a fare l’ex islamo-moglie divorziata e senza rubinetto davanti a un ignoto Omar e al mio vicino di casa a cui Omar smolla il lavoro, promette un futuro pagamento (quando il mio ex avrà pagato lui) e se ne va.

Rimaniamo io e un fabbro genovese, delegato a fare funzionare il mio rubinetto dietro un ipotetico pagamento che dovrebbe essergli corrisposto – tramite quest’Omar con cui non si vedeva da vent’anni – da un presunto musulmano (“importante”, ci mancherebbe!) che mi starebbe pagando gli alimenti in natura.
E siccome sono gente seria, ‘sti genovesi, lui prende pure di petto l’incarico e mi va a comprare un tubo mancante, si sbatte da morire e, dopo un lavoro di due giorni, riesce a montarmi tutto e finalmente io ho l’acqua.
“Senta, lasciamo perdere Omar: quanto le devo?”
“Ma no, signora! Tanto lo rivedo, Omar, prima o poi. Siamo d’accordo che mi paga lui, lei non si preoccupi!”
“Uhm. Io sospetto che l’abbiamo perso per strada, Omar. E anche l’ex marito. Insisto, lasci che la paghi!”
“No, davvero, mica è colpa sua! Tanto prima o poi lo becco, Omar.”

Gliel’ho chiesto da novembre a Natale, se Omar l’aveva pagato: io lo vedo tutti i giorni, ‘sto fabbro, e dimmi tu se posso mai inaugurare i miei rapporti col vicinato facendomi installare l’acqua a sbafo.
Niente.
Me lo hanno bidonato, tutti e due.
E’ finita che gli ho regalato una bottiglia di champagne per Natale, al fabbro.
Che altro potevo fare.

Avuta l’acqua, comunque, la casa è entrata nella fase funzionante-nel-casino.
Nel senso che l’indispensabile funzionava ma avevo i piatti a terra, la spesa in soggiorno e mi mancavano mobili.
A quel punto è intervenuto Young Muslim – lo chiameremo, uhm, Jib – che mi ha caricato su una Seicento e mi ha riportato all’Ikea.
Ed eccoci all’Ikea, io e Jib, ed io che guardo vogliosa una dispensa da 30 euro e poi mi dico: “No, è troppo grande, è intrasportabile” e passo all’osservazione delle mensole.
E Jib mi segue per due metri, poi torna indietro, poi riflette, poi medita e infine decide: “No. La dispensa ci sta, nella Seicento. Ce la facciamo stare.”
E io: “Ma no…”
E lui: “Ma sì.”

C’è stata.
C’era Jib davanti che guidava con la dispensa in testa e io raggomitolata nel bagagliaio sotto la parte posteriore della dispensa, e così sfrecciavamo sulla sopraelevata cittadina.
Io: “Ma ti rendi conto che hai la “ricattatrice” intrappolata nel bagagliaio della tua macchina? E’ il sogno di mezza tua comunità!”
Lui: “Adesso chiamo chi di dovere e li informo. ‘L’ho presa, che ne facciamo?”
Io: “Ti diranno di buttarmi a mare con la dispensa appesa al collo.”
Lui: “Cribbio, i vigili!”
Che non ci hanno visto, per fortuna, ché sennò finivamo arrestati tutti quanti: Jib, l’islamo-ricattatrice e pure la dispensa.
Che invece adesso fa bella mostra di sé nella mia cucina, colma dei piatti e dei bicchieri che non hanno più motivo di stare a terra, e me la rimiro come una chioccia col pulcino: pure quella, me la sono montata con le mie manine sante, e tiene.
Incredibile.
E poi è il bello del mettere su casa un pezzo alla volta, che finisci con una storia per ogni pezzo.
Il giorno che mi toccherà lasciarla, ‘sta casetta, mi sa che piango.

La cucina mi ha fatto abbandonare il baretto dove ho mangiato per due mesi, con gravissime ripercussioni sulla mia già partenopeggiante linea, ma continuo ad essere in rapporti fraterni con i camerieri.
Anche troppo.
L’altro giorno ero lì con due musulmani e, come in genere faccio quando sono con gente che non beve alcoolici, mi sono chiesta un the.
Arrivato il momento di pagare, si è scatenata l’incredulità del personale tutto: “Ha chiesto un the?? E perché non ha chiesto il suo solito Nero d’Avola?? Che succede? Cosa le prende?”
Li avrei menati.
I due musulmani che se la ridevano sotto i baffi, santo cielo.
Tu guarda che figura.

Internet in casa, invece, vuol dire che non ho più motivo di frequentare l’internet café super-accessoriato e fighetto che è stato la base operativa di più di due mesi di divorzio islamico e che ha dato un impulso importante alla mia vita sociale in quel di Genova, ché da lì sono partita alla scoperta dei ristoranti zenesi e di altre virtù cittadine, non tutte – uhm – raccontabili, e lì ci ho conosciuto il memorabile Beppe, ex dirigente del locale PCI e mio confidente zenese che, tra il suo sigaro e le mie duemila sigarette, mi ha fatto fare un po’ delle migliori risate che mi sono fatta da ‘ste parti, e credo di avergliele ripagate.
Io: “Uh, mi è appena arrivato un sms dell’ex. Dice che segnalerà i soldini che ancora mi deve nel testamento.”
Beppe: “Nel testamento? E perché?”
Io: “Perché non è bene, nell’islam, morire lasciando debiti insoluti e creditori insoddisfatti. Si suppone che vada evitato assolutamente.”
E gli va il fumo del sigaro di traverso, al miscredentissimo Beppe, e mi si rotola dal ridere estasiato: “Islam? Ma dai, ma questa è la religione di Genova! Questa è Zena, altro che islam!”
Sincretismi, cosa vuoi.

Ho finito il mio personale download, insomma. Sono una che abita. Homefull.
Mancano giusto due sciocchezze, tre quadri, un tavolino. Magari una poltrona, ma non ne sono sicura. Due mensole in cucina, ma con calma.

E poi mi manca il cappotto e, in realtà, mi sono messa a scrivere perché aspettavo l’ora di apertura dei negozi di abbigliamento, ammesso che oggi aprano.
Perché me lo hanno rubato la sera del trasloco, il cappotto. Era rimasto un attimo incustodito sotto al diluvio, il mio preziosissimo montone di Valentino che mai più ne avrò un altro uguale, maledizione, e si è involato.
E quindi credo di dovermi comprare un cappotto.
Ché, fino ad ora, ho evitato di andare a Milano per questo: “Sì, dovrei venire ma, sai, non ho il cappotto.”
Noi, a Genova, non usiamo.

E qualcosa mi dice che, in effetti, io dovrei fare così: guardarmi bene dall’averlo, un cappotto, ché così non mi viene la tentazione di andarci nemmeno per sbaglio, là dove serve.
Come con la televisione, ché qui siamo tra quelli che non ce l’hanno e manco la vogliono.
Una fa obiezione di coscienza al cappotto.
Devo rifletterci.
Secondo me è una buona idea.