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Passata l’ondata di media di ogni ordine e grado – esperienza interessante, devo dire, che ha notevolmente arricchito la mia conoscenza del mondo – mi rimane da mettere finalmente ordine in casa.
No, non perché abbia resti di giornalisti sparsi in giro – anche se la sensazione un po’ ce l’ho, e il “Ma ci narri ‘sta storia eccezziuonale!!” di questi giorni me lo sento ancora addosso, che mi ci vorrà un po’ prima di riuscire a risentire la parola “eccezionale” senza accusare sintomi fisici – ma perché, ahimé, ho una casa trascurata da fare spavento e i cassetti da riordinare, l’aspirapolvere da passare e tutto da ripulire, ché – come se non bastasse ‘sta follia – qui abbiamo pure fatto gli scrutini e l’influenza.
Una riesce ad avere una vita ‘bastanza piena, tutto sommato.

Io devo ancora appendere i quadri.
La guardavo stamattina dal letto, la locandina di un concerto alla Mashrabia del Cairo che mi regalò Alessandra, credo, e che mi sono incorniciata e sta lì, appoggiata alla parete, e non capisco perché non l’ho ancora appesa. Per un pezzo, l’ho guardata, stamattina. Me l’ero scordata, si vede.

Pure la città mi sto guardando, piena di luce com’è.
C’è un muretto, davanti a scuola, che verso le dieci e mezza è preso in pieno dal sole e una si piazza lì a fumarsi la sigaretta dell’intervallo e pensa di stare abbronzandosi. E in casa, in pieno giorno, certe volte ti chiedi se hai qualche luce accesa da qualche parte e invece no: è solo il sole che entra dalle finestre. Un sole esagerato. “E meno male”, pensi.
E poi sani esercizi di mediazione quotidiana nel centro storico: il supermercato che ti porta la spesa a casa ma, siccome tu abiti in cima a una salita terrificante, riempi il carrello badando al peso che il malcapitato garzone si deve caricare. E siamo tutti contenti e mi pare tutto molto sensato. Un posto intelligente.

E il mio palazzo che è un centro storico nel centro storico, e al momento è scosso dal ‘Mistero della stufa a legna’.
Perché aleggia un odore di legna bruciata, da quando ha cominciato a fare un po’ freddo, e i condomini sono in allarme e si interrogano l’un l’altro: “Ma sei tu, che bruci legna in casa?” “Io? No, io no…” e ci si guarda attorno perplessi.
A me piace, l’odore, e faccio il tifo per la stufa clandestina: esci di casa la mattina e sembra di stare in campagna, ti compreresti pure due castagne.
L’ho detto pure all’amministratore, quando mi ha telefonato nel corso delle sue indagini: “No, io non ho stufe ma è suggestivo, l’odore che aleggia”.
Lui ha fatto la voce rassegnata e mi ha detto di dovere obbedire alla maggioranza, e che gli toccava scoprire il colpevole. Ma che bisogno c’è, dico io. Tanto, ancora un mesetto e poi verrà spenta, ‘sta stufa.
E le stagioni non possono avere tutte lo stesso odore, è un’illusione pretenderlo.

C’è anche un piccolo movimento politico molto militante, nel mio palazzo, ed è composto dal condomino del quarto piano che ha deciso di ristabilire l’equità sociale e i diritti degli anziani.
Perché noi abbiamo un ascensore – credo il più economico tra quelli in commercio in Italia – e questo ascensore funziona con le chiavi, le quali sono diritto esclusivo di chi abita negli appartamenti di coloro che hanno contribuito all’acquisto.
Di tutti, quindi, tranne che di un manipolo di severissime vecchiette zenesi che se la fanno orgogliosamente a piedi, fiere di avere risparmiato i sudati danari per siffatto frivolo genere di consumo.
Il risultato è che tutti siamo alle prese con la solennissima rottura di maroni rappresentata da ‘ste chiavi – no, dico: una deve andare a recuperarle nell’atrio, le persone che la vengono a trovare, se non vuole che si facciano cinque piani a piedi – al solo scopo di impedire a quattro ottantenni di risparmiarsi le scale.
E il condomino del quarto piano, giustamente, si è sollevato e sta pianificando una rivolta.
Io lo appoggio.
Potrei proporre questa storia, alla stampa italiana tutta: non mi sembra meno “ecceziuonale”.

Pensavo di scendere al porto, finito di mettere a posto casa. Sono circa tre minuti a piedi, non è un viaggio.
Forse è la volta buona che mi decido a usare la mia tessera dei musei di Genova per andare a vedere quello di Luzzati.
Tutte le volte che ci provo, finisco puntualmente all’Acquario, che è lungo la strada, ed è che mi è venuto un debole per i pinguini.
Li ho scoperti a Natale con Pupina e, da allora, ogni tanto li passo a salutare.
Non i delfini, non i pesce-palla, non – gessù – gli squali. Non il mar Rosso in scala-vasca, che mette un po’ di malinconia.
I pinguini.
Mi sono simpatici.
Mi chiedo se sarei adatta a fare il pinguino, in un’altra vita.
E poi ammetto la sconfitta: no. Non sono adatta.
Non sarò mai un pinguino.
Non reggo il freddo.

In compenso ho fatto le mele al forno.
E il minestrone, un sacco di verdure.
Ci ho una lista di redini da riprendere che non finisce più.
Ottima cosa, la domenica.