trottola.jpg

Siccome qui abbiamo un karma particolare con i traslochi, è successo che mio papà è finito in ospedale nel bel mezzo del suo. Poi lo hanno dimesso, giovedì, ed io sono partita in missione speciale per mettergli in funzione la casa nuova e tutte queste cose qua. Sono partita da Genova per Milano, quindi, portando con me un tavolo e una poltrona da giardino. Non che a Milano non le vendano, lo so, ma è che io volevo proprio quel tavolo e quella poltrona là e, soprattutto, li volevo subito, giacché la mia idea era di vedere il babbo comodamente in possesso del terrazzo, col suo sigaro e il caffè, mentre la figliuola preferita nonché unica si dava da fare come un’ape laboriosa. E quindi mi sono portata tavolo e poltrona in treno come bagaglio a mano, dicevo, ché tanto a suo tempo feci di peggio, col mio trasloco a Genova, e nulla mi può più spaventare. Lo Scienziato mi ha aiutato a caricare il tutto sul treno, mio fratello era al binario di Milano ad aspettarmi in versione-camallo e, vittoriosa, ho infine fatto il mio trionfale ingresso a destinazione sotto lo sguardo attonito del babbo che non è abituato a vedermi andare a spasso coi tavoli sotto il braccio.

Ci sono situazioni che vanno prese con serenità e con molta concentrazione. E poi te ne accorgi proprio che certe volte ci vogliono le donne, nella vita delle persone. Ci sono cose che sappiamo fare solo noi, non c’è storia. E una si sente importante, quando se ne accorge. Con un padre, poi, è talmente insolito ribaltare i ruoli e dare, anziché ricevere, che ho finito col vivere delle giornate importanti, molto. E mi venivano bene, le cose. Farne mille alla volta, farle tutte, farle con cura, prevederle, anticiparle, vederle ingranare, funzionare. Per me stessa, non ne sarei stata capace. Mi sarei persa, a un certo punto. Lo so, funziono così. Con lui, invece, è stato tutto scorrevole, un fiume di lavoro perfettamente incanalato. Perché mi sentivo importante, appunto. Ho messo una casa in funzione in quattro giorni, col babbo che mi guardava allibito: “Ma dove hai imparato a fare queste cose?? Non mi era mai parso che tu avessi delle capacità manuali tanto sviluppate…” “Eh, me le ha insegnate Marzia a Genova“. E non dimenticavo niente, poi: “Ma l’aria di Genova ti fa bene, figlia mia! Deve essere lo iodio, altrimenti non mi spiego come tu possa essere diventata una persona precisa…

Giovedì: viaggio, trasporto mobili, acquisti nell’ipermercato, montaggio mobili, preparazione cena studiata per le esigenze del pater (ma come la fanno mangiare, la gente, in ospedale? Sono dei criminali, sono…), altri acquisti in una Milano dove devi fare viaggi a caccia di farmacie, lavori vari e ho finito a mezzanotte. Cotta e dolorante, a meditare sulla mia scarsa preparazione atletica.

Venerdì: col fratello-camallo, sopra e sotto per la Lombardia, con puntate continue dal pater che, in tutto questo, era stato svegliato dalla notizia di un brutto lutto e non ci voleva proprio, visto anche il momento. Come dicevo, certe volte ci vogliono le donne. Si tratta di tenere un umore sereno e di trasmetterlo, di emanarlo. Essere molto progettuali su mille piccole cose, parlare di prese di corrente e studiare le comodità, sorridere e vedere sorridere, e inventare ricette di cucina e vederle funzionare, volgere la vita al bello.

E poi l’Ikea di Carugate, il Brico di Vimercate e poi lì non c’erano le cose e vai al Brico di Cinisello, e l’Esselunga di Pioltello e tutte le missioni speciali: trovare il tonno fresco, comprare un cuscino blu, decidere i mobili del bagno con le relative misure, prendere il fattapposta che si attacca al muro, fare le copie della chiave che ci vuole la tessera speciale per farla e trovare il ferramenta giusto è un’impresa, comprare un coltello che sia quello là e non altri e, ovviamente, non lo trovi da nessuna parte, e in tutto questo le tangenziali, ed io che odio guidare in tangenziale e sono pure arrugginita, automobilisticamente parlando, e i mega-parcheggi sotterranei e il telefono che non prende, il papà che chiama perché ha ricordato che si deve fare questo e quello e non riesce a prendere la linea, il fratello che mi segue sopra e sotto trasportando specchi e complementi d’arredo e poi ancora casa, ancora cucinare e congelare, preparare la cena, ricevere un sms da Scienziato: “Lo Sai di Tim: ho chiamato il 18/07 alle 19, 10”.

Richiamare e sentirsi fare un cazziatone in quanto accusata di essere sparita. “Ma io non sono sparita. E’ che ho avuto una giornata pazzesca, e il pomeriggio di ieri idem. Questo non è sparire.” Niente da fare. Accusata di sparizione dolosa e condannata, peraltro con brutti modi e con l’accusa di mentire, quando gli spiego che io ho ricevuto un solo avviso di chiamata e non i quattro che, secondo lui, avrei dovuto ricevere. Mentre sono a casa di mio padre, per giunta, che ovviamente si accorge che c’è qualcosa che non va. Glielo dico, ché lui è discreto e non chiede: “Lo Scienziato si è offeso perché dice che sono sparita“. E mio padre, perplesso: “Ma lo sa, cosa sei venuta a fare?” Eccerto, che lo sa. Mi mordo la lingua e archivio il tutto, ché ho faticato troppo per conquistare la serenità che c’era in casa fino a un momento prima e non intendo buttare via tanto lavoro.

Si fa mezzanotte, di nuovo, e mi accorgo che una cosa l’ho dimenticata: organizzarmi per andare a dormire da amici. Ed è un po’ troppo tardi per chiamare, a mezzanotte, e non dico niente per non fare preoccupare mio padre e per non metterlo in difficoltà, ché so che preferisce che io non dorma da lui accampata e sarebbe capace di cedermi il letto, piuttosto, e mi metto in macchina chiedendomi dove cavolo andare.

Finisco in una traversa di corso Buenos Aires: hotel Sole, una stella, scale con la moquette rossa, pulito, un pub sotto con i tavolini fuori per bere una meritata birra e fumare una sigaretta e ripensare all’accaduto. Il portiere di notte mi guarda perplesso: “Vuole dormire qua? Ma è sola..?” E poi: “Guardi che noi abbiamo solo camere doppie, le costa comunque 70 euro anche se è sola“. “Va bene, mi faccia vedere la stanza“. L’antropologa che è in me è incuriosita dalla prospettiva di incappare in un viavai di prostitute e clienti, ma in realtà sembro esserci solo io, in albergo. “Mi dia 60 euro, le faccio lo sconto“, mi dice il portiere. E poi: “Ah, ma lei è di Napoli! L’ho capito subito, appena l’ho vista! Io non sbaglio mai su queste cose, aveva un’aria troppo familiare!” Infine mi restituisce la carta d’identità e mi fa: “Posso chiederle una cosa? Lei cosa insegna?” E io: “Spagnolo alle superiori“. E lui: “Ecco. Sì, in effetti lei mi pareva una figura troppo complessa per insegnare alle elementari. Sa, mi piace osservare e elucubrare…“. Quando scendo al pub per la mia sigaretta e per mandare una raffica di sms-cazziatone allo Scienziato, mi scopro a canticchiare: “Io lavoro al bar, di un albergo a ore…

Poi mille cose ancora da fare, sabato, e cinquecento la domenica. Ho messo in piedi una casa, letteralmente, e lasciato Pater perfettamente organizzato, divertito e rasserenato. Domenica gli faccio: “Hai presente lo Scienziato? Più sentito“. E lui: “Mah. Se uno non capisce certe situazioni, direi che non è una gran perdita. Ti confesso che non riesco nemmeno a sentirmi colpevole.” “Sono d’accordo.”

E poi sono sbarcata a Genova ieri sera alle 8 e, mentre il treno si fermava in stazione, c’era il collega che mi chiamava per dirmi che era in piazzetta in centro storico con altra gente, e di raggiungerli. E così è stato il rientro: giù dalla metropolitana in piazza Sarzano e, con borsa e tutto, quattro passi ed ero in piazzetta a salutare, dare baci e ordinare un Vermentino. E un altro. E un altro. Abbiamo finito che ci mancavano solo i cori alpini e nessuno era in grado di guidare e mi hanno dormito sul divano, loro, e io ho dormito per 12 ore di fila e ancora non sono del tutto sveglia. Mi ci voleva.

Io a Genova ci sto bene, come è noto, e la gente mi piace. Mi piace averli per amici, ‘sti genovesi, e per colleghi, per alunni, per tutte le cose che richiedono interazione. Ad averli come uomini, tuttavia, sto incappando in qualche problema: i miei due ultimi uomini significativi sono stati entrambi liguri, e dire quale dei due fosse più pazzo è un match. Perché hanno in comune una modalità di comportamento che gli spagnoli definiscono con l’espressione “rizar el rizo”, ovvero “arricciare il ricciolo”. Tu prendi una situazione che potrebbe essere tranquillamente serena e piacevole e la arricci, appunto. La complichi, la ingarbugli, ci ricami, ti inventi mille orpelli, crei stress e agitazione inutili e, infine, ottieni un disastro al posto della situazione serena e piacevole che c’era prima.

Non è una cosa che capisco molto. A me pare che la vita sia già difficile di suo e non mi pare il caso di contribuire ad arricciarla. Ma è che, forse, tutti noi abbiamo bisogno di un certo grado di complicazione, nell’esistenza, e chi non ne ha di sue se le inventa. Deve essere così. A Napoli si parla di “capa fresca”, non a caso, di fronte a questi comportamenti. Saggezza partenopea.

Oppure sono io, è colpa mia. Da qualche anno ho l’istinto che mi tradisce, in fatto di uomini. Prima me li sceglievo meglio, mi sono sempre potuta fidare di loro. Ora non più, mi pare. E’ come se avessi perso l’olfatto, mi lascio spiazzare. Il mio collega avanzava un’altra ipotesi, invece, poco fa: “Ma no. E’ che, secondo me, se vogliamo usare delle metafore animali, tu ti senti una cerbiatta e invece sei una tigre. E trasmetti questa contraddizione, si sente. Mandi messaggi in contrasto tra loro. Questo, secondo me, alla fine fa sì che attiri degli spostati, gente che non sa cosa vuole. Devi risolvere la contraddizione tu per prima, dammi ascolto.

Vabbuo’. Che io mi senta fragilina (dire “cerbiatta”, come fa il collega, mi provoca del sacrosanto disagio) è vero, ed è vero che mi succede solo da qualche anno. Prima tigreggiavo tranquilla e, in certi incidenti, non ci incappavo. Avevo una selezione all’entrata che lasciava passare solo tipi poco ansiosi, si vede. Avrà ragione il collega, non so che altro pensare. Mi risolverò la contraddizione. Tanto, quest’estate non ho veramente di meglio da fare.