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Io faccio fatica a mantenere sentimenti di ostilità durevoli nel tempo. Non che non sia testarda: lo sono. Solo che perdo per strada il coinvolgimento emotivo, nelle mie manifestazioni di testardaggine, e adesso che è domenica mattina penso che ho avuto una settimana pesantissima e che non ho molta voglia di scrivere il paio di post relativi alla Missione Anti-Campo-Antimperialista + Frattaglie in cui è impegnato l’Haramlik in questo periodo perché, semplicemente, sono qui che sonnecchio e penso ad altro, paciosa o malinconica o divertita a secondo del pensiero in cui mi intrattengo ma, comunque, persa negli affaracci miei.

Noi egocentrici puri non rimaniamo mai arrabbiati a lungo con qualcuno. Al massimo gli rompiamo i coglioni per l’etenità per semplice senso del dovere, ma pensando ad altro mentre lo facciamo. E oggi penso ad altro, appunto. Poi, magari, alla Missione ci penso più tardi. Per dovere, appunto.

Penso a quest’anno scolastico per cui mi ero preparata con notevole entusiasmo e con un mese di lavoro estivo al Cervantes che avevo usato a mo’ di corso di aggiornamento, mettendo insieme metodi e materiale a prova del più refrattario degli alunni. E che invece comincia malissimo, con mio immenso dispiacere, tra spiacevolezze del cavolo messe lì a intossicarti l’esistenza senza scopo e senza costrutto alcuno e questo clima generale di devastazione che grava sulla scuola tutta e che ti fa venire solo voglia di ripiegarti su te stessa e non pensarci, di vivere e lavorare alla giornata e non investirci, nella scuola. E penso, come al solito, che a volere considerare la scuola un banco di prova del femminismo – dimmi tu quale altra categoria professionale ha più donne di noi – i risultati sono da suicidio. Perché guarda tu che casino fanno per qualche migliaio di lavoratori dell’Alitalia e poi guarda il nulla assoluto che succede nella scuola, che manderà a spasso decine di migliaia di persone e promette di rendere la vita impossibile a chi rimane. E dimmi cosa succederebbe se fossimo metalmeccanici, invece che prof, ma anche medici, autoferrotramvieri, poliziotti, taxisti. Un casino, succederebbe. Noi, invece, zitte a mugugnare, ognuna per conto suo. E penso che, probabilmente, i diritti delle lavoratrici degli altri settori sono maggiormente tutelati perché ci pensano i lavoratori maschi a difenderli. Non è un bel pensiero.

Poi penso che devo proprio fare uno sforzo per pensare ad altro, sennò mi faccio del male. Mi ha risucchiato ogni energia, la scuola, in questi pochi giorni da quando è iniziata, e nessuna di queste è finita nell’insegnamento, che peraltro si suppone sia l’unico motivo per cui sto là. Mo’ basta, gessù. Mi toccherà elaborare strategie per difendere me stessa e il mio lavoro, abbiamo capito. Le cercherò. Le troverò pure. Intanto, però, è domenica e devo davvero riposarmi, non posso continuare a rimurginarci sopra. Non devo.

E poi sono fisicamente stanca, ché è un periodo in cui ho pure da scappare a Milano appena ho un momento libero, e di tempo per oziare me ne rimane pochetto. Oggi, per esempio. E per fortuna. E sono quasi stupita di ritrovare i miei riti minimalisti da orsa bruna, con la porta di casa destinata a starsene chiusa tutto il giorno, finalmente, e io dentro con la mia musica, il territorio da rimettere in ordine con calma, senza esaurirmici, il cibo da preparare per i prossimi giorni e che mi faccia bene – per carità – ché qua sto facendomi male pure alla salute, mangiando alla cazzo quando esco di scuola e bevendo mille aperitivi per distrarmi in compagnia e sfogarmi sui dispiaceri scolastici e poi arrivare in classe con le occhiaie e il malessere la mattina dopo, e col sonno arretrato che si accumula. Devo tornare a centrarmi, su cibo-sonno-orari-salute, e mi serve la mia tana per riuscirci. Poi, la prossima volta che nasco, chiederò al fabbricante di munirmi di un senso dell’autodisciplina più solido di quello che ho in dotazione in questa vita. Per il momento, mi tocca fare i conti con i due grammi che ho e cercare di sfruttare almeno quelli.

I riti da orsa sono portatori di serenità immediata, comunque. In cucina col mio yogurt, la musica, a preparare verdurine e a mettere distrattamente in ordine – ripongo una cosa, poi mi siedo a fumare, poi ascolto una canzone, poi tolgo un po’ di casino di mezzo, poi cazzeggio un po’ al pc, poi do una pulita alla stanza, poi sbadiglio e penso a qualcosa di carino. E senti la tensione che scorre via. La senti fisicamente, proprio. Via, se ne va. La tana, che bella cosa.

Stare male sul lavoro è una devastazione della qualità della vita esageratamente grande. Io non ce la posso fare. Non me ne potrei mai rassegnare. Dovrò stare bene, quindi, e troverò il modo. Non sono capace di non trovarlo.

Sarà opportuno avere cose belle da aspettare, per riuscirci meglio. Aspettative carine. Qualcosa che non sia questo muro che mi si è piazzato davanti a togliermi la visuale. Perché sembra proprio un muro, quando hai la sensazione di non potere lavorare bene. Ti toglie l’aria. Claustrofobica, ti senti, e in trappola.

Se volevo sentirmi in trappola e tra i muri, penso, non facevo la prof. Facevo altro e guadagnavo di più. Il pensiero successivo mi vede appollaiata sul muro, che faccio lezione lì sopra e respiro, finalmente. Sì, è un po’ scomodo. Non avevo mai pensato di insegnare in una posizione simile. Però è l’idea migliore che mi sia venuta fino ad ora, è l’immagine più plausibile. Vedi che serve, scrivere? Poi, dall’alto di un muro, la visuale migliora e vedi anche vie di fuga che, da sotto, non noti. Sì, farò così.

C’è nell’aria una cena con Scienziato, rifletto infine.  Perché gli avevo mandato un sms dicendogli che aveva dimenticato da me i calzini, e di venire a riprenderseli. E lui ha chiamato, ridacchiante, o forse sospettando di avere davvero dei calzini da me e di doverli recuperare, ché è pur sempre genovese e i calzini costano. Mah. Comunque andiamo dall’ostricaro e ne ho voglia. Mi piacciono, le serate con quel pazzo furioso. Con tutti i pazzi ottusi che stanno popolando questo mio settembre, un pazzo intelligente è roba da saltargli con le braccia al collo. Fatemi rilassare, dai. Ne ho bisogno.