Dopo le magagne tecniche degli ultimi mesi – dai feed che non andavano agli archivi ubriachi – è una gioia riavere un blog che funziona perfettamente. Il merito è di Frieda e vorrei ringraziarla anche da qui, ché è venuta a capo di una serie di pasticci che mi avevano fatto venire voglia di buttarlo in un cassonetto, ‘sto coso. Bravissima e adorabile, ha tratto in salvo il malconcio Haramlik e pure me che, nonostante i periodi di assenza, a questa paginetta sono affezionata assai.

Si può ripartire, quindi, e sia di buon auspicio questo 8 luglio che rivede piazza Tahrir piena come nei giorni di febbraio.

Propongo la traduzione dell’articolo de El Pais che citavo nel post precedente, ché mi pare faccia bene il punto della situazione.

La rivoluzione egiziana affonda o, per meglio dire, viene strangolata dai poteri, ancora forti, del regime di Mubarak: quei militari che non vogliono imboccare con fermezza la strada della transizione democratica; quella polizia che permette che si estenda la delinquenza e, con essa, la nostalgia per il pugno di ferro; quei giudici che rimandano di volta in volta le udienze contro i torturatori e gli assassini degli ultimi anni; quei mezzi di comunicazione pubblici (gli unici esistenti, al di fuori di internet) che inveiscono contro il cambiamento… A strangolarla è anche la precarietà economica e, in particolare, il terribile calo del turismo straniero, e certo non la aiuta la divisione tra le forze di opposizione, la rottura dell’unità forgiata così eroicamente lo scorso inverno a piazza Tahrir.

Per questo, i democratici egiziani sono stati chiamati a riunirsi domani venerdì [oggi, ndt] nell’agorà di Tahrir. Si tratta di fare rivivere la grande assemblea che ha restituito l’orgoglio al popolo egiziano, che ha suscitato l’ammirazione del pianeta e che ha ottenuto che il faraone Mubarak fosse spodestato dai suoi stessi soldati.

Questa volta, i manifestanti reclameranno una nuova Costituzione democratica. La pretesa del Consiglio Supremo delle Forze Armate che ha assunto il potere dopo la caduta di Mubarak è di tirare avanti con la riforma parziale approvata con il referendum del marzo scorso e celebrare le elezioni all’inizio del prossimo autunno. Questo, oltre a mantenere in piedi gli aspetti essenziali del regime di Mubarak, conviene agli islamisti, favorevoli a comizi da cui potrebbero trarre buoni risultati ma non a una nuova Carta Magna che sancisca il primato della democrazia e dei diritti umani nella Valle del Nilo e stabilisca meccanismi – come la libertà di stampa e l’indipendenza del potere giudiziario – che impediscano l’esercizio totalitario del potere.

Che una giunta militare si facesse carico dell’Egitto dopo la caduta di Mubarak non era, di per sé, una cattiva soluzione, a condizione che fosse provvisoria e, ancora di più, che indirizzasse con chiarezza il paese verso la democrazia. I militari diretti dal maresciallo Tantawi, invece, si mostrano ambigui e vacillanti nel migliore dei casi, o chiaramente immobilisti nel peggiore.

Nel suo ultimo articolo, lo scrittore Alaa el Aswani afferma che la rivoluzione egiziana ha commesso due errori. Il primo, abbandonare ottimisticamente Tahrir dopo la caduta, l’11 febbraio, di Mubarak. Il secondo, frammentarsi prima di avere elaborato un programma comune e di averne ottenuto l’applicazione. Per questo, Aswani appoggia il nuovo appuntamento con la Storia che la rivoluzione egiziana ha domani a Tahrir. Avrà un seguito di massa? Ci saranno provocazioni violente da parte di forze oscure? Torneranno a unirsi democratici e islamisti? Si ripeteranno le emozionanti scene di gennaio e febbraio che vedevano cristiani copti e musulmani proteggersi a vicenda? Le donne avranno il protagonismo di allora?

Non è in gioco solo il futuro della democrazia in Egitto, ma quello di tutta la Primavera Araba. Se la democrazia perde la battaglia del Nilo, avrà perso la guerra.