tartarino

Siccome non trovo utile fare finta di niente di fronte ai mostri che infestano la galassia pro-palestinese in questo disgraziato paese in cui ci tocca vivere, ritengo doveroso proporre un bilancio dell’avventura di “Gaza Vivrà”, su cui ci è già capitato di dovere intervenire qualche volta in passato. Ritengo che la vicenda meriti una riflessione, e che sussurrarsele tra pochi intimi, certe considerazioni, sia controproducente oltre che inutile. Esplicitiamo, suvvia, ché a qualcuno può sempre servire.

La lungimirante iniziativa politica

Appare una sigla mai vista prima – “Gaza Vivrà“, appunto – con apposito sito web creato per l’occasione, e inizia la diffusione di un appello che denuncia la spaventosa tragedia di Gaza, ma chiedendo al governo Prodi cosette realistiche e, uhm, di sicura attuazione come “cancellare il Trattato di cooperazione con Israele sottoscritto dal precedente governo.

Il non utilissimo appello vede come primi firmatari alcuni benintenzionati testimonial acchiappa-firme, un gruppetto di ignoti e un manipolo di soliti noti facenti capo, chi più e chi meno, al Campo Antimperialista, a cui è riconducibile il sito web dei promotori. Il Campo Antimperialista è un gruppuscolo la cui caratteristica fondamentale è quella di avere fama di essere una sorta di esperimento di gemellaggio tra estrema sinistra ed estrema destra (pardon, destra radicale) in nome di un comune antimperialismo che troverebbe realizzazione nell’islam inteso come progetto politico.

Costoro, “in tre mesi e spaccando le palle ovunque su internet/usenet/blogosfera raccolgono a malapena un paio di migliaia di firme“. Questo, nonostante l’eccezionale sponsorizzazione ricevuta dal solito amico/nemico Magdi Allam, sempre attento a legittimare come Eroi dei Mori coloro che, in cambio, lo legittimano come Eroe dei Cristiani nel consueto Teatrino del Niente che garantisce rendita politica a entrambi.

Forti di tanto sostegno popolare, mettono insieme una colorita delegazione, si fanno invitare a Gaza dove, figurati, un invito non lo si lesina a nessuno, e preparano una suggestiva gita di Natale nella Striscia.

Fantozzi va a Gaza.

In quella che deve essere una forma di attenzione verso la componente spiritualistica del gruppo, si esibiscono in un delirante comunicato a sfondo religioso incentrato sul parallelismo tra la crocefissione di Gesù di Nazareth e il martirio dei palestinesi, entrambi vittime della lotta all’oppressione.

Ora: nelle tragedie, ognuno ci trova le similitudini che più gli aggradano. C’è però da chiedersi il senso di tanto afflato cristianeggiante in una delegazione invitata da Hamas. Cos’è, un’allusione al popolo deicida? E’ la tassa da pagare agli amici fascisti, l’accenno al comune nemico ebreo, più che israeliano? La politica è un campo in cui le sottigliezze devono essere consapevoli, non casuali. A meno che non si sia degli inetti totali, certo. Ipotesi che, comunque, non scarterei.

Il belligerante annuncio della visita a Gaza viene accolto con stupore da chiunque ne capisca qualcosa, di Striscia di Gaza e frontiere: “Ma li lasciano entrare??

No, perché è noto pure ai sassi che, da lì, non entra né esce nessuno se Israele non vuole. A stento riesce a entrare qualche cooperante, sempre sul filo dell’espulsione, e tutti abbiamo amici e conoscenti che ci sono rimasti per giorni e giorni, bloccati a quella frontiera, e con ogni tipo di credenziale. Questi arrivano freschi freschi e sbarcando all’aeroporto di Tel Aviv, nientedimeno, col volo di ritorno già prenotato per tre giorni dopo, e assicurando di avere ricevuto ampie rassicurazioni dal governo Prodi (lo stesso che dovrebbe cancellare il Trattato di cooperazione con Israele, come da loro richiesta) sul fatto che riusciranno a entrare.

Io me li immagino, gli sforzi che avrà profuso il governo a favore di ‘sto gruppo di gitanti. Sarà ancora estenuata e sudante, la Farnesina. E Israele, non ti dico. Si sarà preoccupato assai di compiacerli, nel vederseli spuntare. Avrà tremato per la propria immagine internazionale deposta in tanta delegazione, Israele.

La cosa finisce in farsa, ovviamente, coi gitanti in torpedone rispediti indietro alla frontiera di Gaza e due giorni di tentativo di starnazzo che cade nell’indifferenza generale. I Nostri consegnano qualche sacco di giocattoli ai volontari di due Ong italiane che – loro sì – a Gaza ci lavorano e ci entrano, e si danno a una frenetica attività di comunicati stampa ignorati dai più. Riscuotono, come bottino della spedizione, un comunicato di ringraziamento dal governo di Hamas che, mi pare evidente vista la situazione in cui si trovano, non lo negherebbe manco a mia zia Carmelina, se lei glielo chiedesse, e tornano a casa dove, appena scesi dall’aereo, convocano una conferenza stampa che così si conclude: “Poche persone. Organi di stampa che si contavano sulle dita di una mano… Niente da commentare.

Da segnalare che, tutta presa da Gaza, la nostra delegazione si accorge a stento di essere finita nella West Bank, nel mentre. E, guardandosi attorno a Ramallah, tutto ciò che i nostri osservatori osservano è riassumibile nel concetto di venduti di Fatah: ” I ragazzini sono vestiti e pettinati all’ultima moda, hanno l’ultimo modello di cellulare, i negozi sono aperti e vendono di tutto. Per strada ci sono cartelli tedeschi e americani che annunciano “piani di sviluppo” per la popolazione.

Per farsi un’idea un po’ più complessa di ciò che accade in Cisgiordania bisogna leggere Haaretz, a quanto pare.

Demenziale.

Panettone per tutti, dalla Palestina

Bon. Se tutto questo fosse semplicemente archiviabile alla voce “Commedia di Natale in Palestina“, parlarne sarebbe superfluo e persino un po’ maramaldesco, vista la figura rimediata da questi eroi in gita aziendale. Le cose sono un po’ più complesse, tuttavia.

Perché noi non vogliamo fare torto all’intelligenza di nessuno, ovviamente. Di conseguenza, non possiamo non vedere che, il panettone di Natale, questa delegazione è andata a prenderselo, non a portarlo. Se lo è preso mobilitando qualche energia in buona fede attorno al proprio progetto, e sgomitando per darsi un ruolo e un’immagine di militanza, a sostegno della quale ha anche intascato un imprimatur governativo dalla Striscia che spenderanno, suppongo, per migliorare la propria visibilità in patria.

Qui c’è gente che ci campa, con la militanza, e altra che aspira a camparci. Qualcosa da aggiungere periodicamente al curriculum, ci vuole. E pazienza se è un qualcosa che, ai palestinesi, non serve a nulla. Basta e avanza che serva agli eroi Alpitur. Lavorare per i palestinesi presuppone un’organizzazione diversa. Chi ha mire più localistiche può tranquillamente farle alla carlona, le cose: che gliene frega, scusa? Il suo obiettivo, accreditarsi in patria come “quello che voleva andare a solidarizzare con Gaza”, lo ottiene comunque. Che entri a Gaza, o no. E questo è quanto.

Adesso, suppongo, rimane da assegnargli la Mezzaluna d’Oro della IADL, a questi qua.

Poi si trova qualche imprenditore vicino alle cause sociali, gli si dice che lo si premierà accanto agli Eroi di Gaza e ci si fa fare qualche donazione, magari. I buoni sconto della Coop di Roma dell’anno scorso saranno finiti, ormai.

In qualche modo bisogna pur finanziarle, le lotte.

Qui, invece, crediamo che la causa palestinese in Italia abbia bisogno di recuperare rispettabilità. Non è possibile che sia considerata una causa degnissima in tutta Europa e una roba da paria in Italia. Non è solo colpa della stampa, dei media, del destino cinico e baro. E’, anche, colpa del fatto che si è ridotta a gabinetto pubblico, ‘sta causa, in questo paese. Se ne serve chiunque passi di lì, e alla fine rimane come un olezzo che tiene lontana gente che ci si avvicinerebbe, in circostanze diverse, ma che nella situazione attuale ha semplicemente paura di insozzarsi non si sa bene dove. Non credo che si risolva con i garbati silenzi, un problema simile.

Adesso, comunque, cerca di entrarci il gruppo della Morgantini, a Gaza. Qui non ci sfuggono, nemmeno un po’, i limiti del suo modo di fare politica. Non possiamo non apprezzare, tuttavia, la diversa serietà e conoscenza del territorio che il suo gruppo mostra scrivendo, senza tante tarasconate: “Il programma si costruirà giorno per giorno a seconda della situazione, cercando di includere Gaza“.

Davvero. Un pizzico di serietà e due persone perbene in più, attorno a ‘sta causa. Una non chiederebbe altro.