sexymen.jpg

Varie vite fa c’era il vecchio Zimba, locale afro a Gratosoglio, con la sua brevissima stagione di gloria prima del crollo.
A Milano ce ne sono parecchi, di splendidi figli del batticuore che si diffuse fra tante milanesi a quei tempi: andranno sui 12/13 anni, ormai.
Chissà cosa ne è stato degli amori, invece.
Qualcuno ha funzionato, lo so per certo. Ma c’è poca storia, in un amore che funziona.

Mi piace pensare agli altri, invece.
A quei serial killer che, dal Senegal, invasero di colpo una Milano ancora provincialissima e ingenua sbarcando, tutti insieme, su una pista da ballo di periferia, a seminare scompiglio fra una generazione di signore trentenni che cominciava a fare i conti con la noia del post femminismo.
Non se li aspettava nessuno: parlo di tanti anni fa, che la Fallaci era in sonno, il Senegal lo associavamo solo alla Parigi-Dakar e tutto era nuovo.
Loro, dico, erano nuovi.

Erano gli unici che ballavano perchè erano gli unici che sapevano farlo, con quella musica.
E, tutto attorno, donne stupefatte che li guardavano: gattoni neri in pista, signore pallide a godersi uno spettacolo dall’indimenticabile rilevanza estetica. Maschi visi pallidi, pochissimi. Quei pochi, indispettiti: “Qui, se non sei nero, non ce n’è.” “No.”

Scafatissimi professionisti della seduzione, tolsero un po’ di polvere di dosso a parecchie di noi.
Noia da post femminismo? Le signore sono servite: i seducenti gattoni ti facevano filare.
Ancora ricordo il “Fammi il caffè!” rivolto a una mia temperamentale e nordica amica, che si morse la lingua e filò a prepararlo.
Riscoprimmo un repertorio che avevamo visto solo al cinema, credo: un mare di bugie, santo cielo. Dimostravano 20 anni ma avevano mogli e figli a casa. Seduttori compulsivi, mantenevano la fedeltà per non più di 15 minuti e, se ti potevano tradire con la tua migliore amica, tanto meglio. Vanitosi come pavoni e altrettanto spettacolari, riproponevano in piena Padania il fenomeno naturale che vuole il maschio più bello della femmina.
Non c’era competizione.
Non era solo lo sbalordimento di fronte a corpi mai veramente visti prima, anche se c’era pure quello, ovviamente, nè il luogo comune – e non per questo meno vero – legato al sapersi muovere.
Era – soprattutto – il loro andare gioiosamente dritti al grano con pochissime parole, anche perchè non ne conoscevano molte.
Noi avevamo coetanei attenti, garbati, forse spaventati.
Questi qui, lo spavento davanti a una donna non sapevano manco cosa fosse.
Ci spaventammo noi, quindi.

I Navigli dovettero andare in piena, in quei mesi, per le lacrime milanesi che ci finirono dentro.
Chissà se, in rete, c’è qualcuna che ricorda quel Don Giovanni in salsa afro che si faceva chiamare Ivan anche se, ovviamente, si chiamava Ibrahim.
Ne amò le fatidiche mille e tre, poi si schiantò su una statale brianzola. Era un cane, a guidare.
Il modo che aveva di guardarti, però, credo che se lo ricordino in mille e tre, appunto.

Fu Bocca di Rosa a Milano, e Bocca di Rosa era maschio.
Durò pochissimo: nacquero delle coppie vere e il resto si disperse. Chiusero lo Zimba, che si trasferì altrove e diventò un postaccio.
Le signore tornarono dai compagni post femministi, i senegalesi presero posto tra gli immigrati più o meno clandestini.
Però fu bello, finchè durò. E, se tante di noi sanno fare il mafe, il merito è di quello Zimba lì.

Ieri sera devo essere incappata in un serial killer in salsa egiziana.
Uno scafatissimo giovanotto consapevole del valore della propria mercanzia estetica e con una decina di anni meno di me.
Mi fa: “Ma tu che sai le lingue, ti interesserebbe il tale lavoro?”
Ed io, che sono un’onesta prof felicissimamente accasata e pure parecchio tonta, gli ho dato, lesta, il mio numero di cellulare.
Ed ora sono qui che contemplo gli SMS, con un certo malinconico divertimento.
Perchè, sì, c’è una punta di distante malinconia, nel sapere tutto e non volere giocare. La stessa punta di malinconia che c’è nel diventare grandi, anche se diventare grandi è bello e non vorresti tornare indietro.

Com’era? “Tu si’ guaglione!…Che t’hê miso ‘ncapa? Va’ a ghiucá ‘o pallone...”