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Siamo in odor di compleanno, qui.
A Capodanno ne faccio 46 e devo ammettere che è spiazzante, questo decennio dei 40.
Il più spiazzante di quelli vissuti finora. Il decennio dell’improbabilità, pare, ché fai sempre cose poco in sintonia con ciò che, nella tua mente, si dovrebbe fare a quest’età. Passi il tempo ad essere o troppo vecchia o troppo giovane per ciò che fai e che pensi e l’unica cosa che sai di sicuro è che tutto ha una profondità diversa, un modo inedito di emozionarti o di lasciarti fredda. Io, da quando ho questi 40 anni, non mi riconosco più.
Ma non sono brutti, no.
Non hai più quella sensazione di potere dei 30, quando sembra che il mondo te lo sgranocchi come un cracker e, sulle avversità, ci rimbalzi godendoti la novità di essere cresciuta – sei donna da poco, lo assapori – e vedendoti in versione tigressa, e ti piace.
A 40 anni fai una scoperta fondamentale, ed è che le cose possono andare male. Mica lo sai, prima.
Non sei più immortale, tanto per cominciare, e tutto quello che fai a te stessa diventa reale: se mangi ingrassi, se bevi ti gonfi, se fumi si rovina la pelle, se soffri sei un mostro e se sei felice, invece, diventi bella. Niente è più a prescindere, tutto è legato alla realtà. La realtà è talmente tanta, in questi 40 anni, che giochi ancora, certo, ché di sicuro non è l’età giusta per smettere, e tantomeno per cambiare, ma i giochi ti prendono la mano e si fanno estremi come mai prima e – già – ti accorgi che non li controlli mica più del tutto. Diventano serissimi, che tu lo voglia o no. Senti tutto, ti cadono i filtri come birilli. Perdi l’onnipotenza, oltre che l’immortalità. E’ il decennio in cui si diventa umani, questo.
E tu credevi di essere una donna, a 30 anni, e invece erano solo le prove generali. Mancava un piccolo particolare, per la completezza: la scoperta dei tuoi limiti. E – guarda un po’ che strano – è lì che ti conosci e che quadri il cerchio. In tutta questa fragilità che ti ritrovi a contemplare, attonita. Non ne avevi idea. Pensa che scoperta. “Ah, è per questo che dicevano che le donne sono deboli, fragili, sbagliate e tutte quelle cose là. Ahhh… si riferivano a questo. Adesso capisco, certo. E pensare che mi parevano tutti scemi, prima.” Prima, appunto. E tua figlia ti guarda e ridacchia: “Ma vi rincoglionite o cosa, alla tua età? Pure Luisa, pure Concha. Irriconoscibili, siete, e soprattutto tonte, proprio idiote!” Uff, le ragazze. Dai, che ti aspetto qua. Fammi vedere cosa saprai fare tu, forza. Sottotitolo: “Meglio della mamma, mi raccomando, sennò non vale.”
Eppure, dicevo, non è brutto questo fatto di scoprirsi mortali. E’ solo un po’ fuori fase.
Perché fa venire una gran voglia di abbandonarsi, la scoperta di tutta questa umanità, e di fidarsi come mai prima, ché proprio perché la noti di più, la realtà, desideri ardentemente che sia affidabile, amica. Sei disarmata, in qualche modo. Il terrificante risultato che ottieni è che, proprio nel momento in cui fai conoscenza con fragilità che non sospettavi di avere, ti abbandoni alle intemperie come mai prima. Un suicidio, praticamente. Qualcosa mi dice che tutto ciò prepari a un decennio dei 50 che indovino tendenzialmente cinico, per forza. Ma credo di intuirlo a naso, per senso comune. Quando, e se ci arrivo, vedrò se la mia intuizione era giusta.
E’ il decennio dei lutti fondamentali, questo che sto vivendo, e siccome la Natura è clemente, in fondo, te li fa arrivare prima di toglierti le energie fondamentali per andare oltre, e qui non la ringrazieremo mai abbastanza per la gentilezza.
Vediamoli, questi lutti tipici. Smetti di essere bella, per cominciare, e per una donna non è una sciocchezza. Chi più e chi meno, certo, e chi prima e chi dopo. Ma la sostanza è quella, c’è poco da girarci intorno. Esiste un potere immediato, gratis ed efficientissimo che perdi, in questi anni, e tocca farci i conti. Scoccia, parecchio. Tanto più scoccia quanto più ne hai avuto, ovvio. Qui invecchiamo maluccio, ché una donna gaudente va direttamente in castigo, a partire dai 40 anni, e un giorno ti guardi sbalordita e proprio non ti riconosci più. Oh, mi so consolare da sola, grazie: sì, mi metto a dieta. Sì, dimagrisco, giuro. Sì, tante cose, so tutto. Mica dico che si muore. Dico solo che è un lutto. Tocca elaborarlo ed uscirne. Cresciute, appunto, e tranquille, dai, ma con un pizzico di dispiacere che non è destinato ad andarsene. Perché dovrebbe? E’ stato bello, cavoli. Ci mancherà.
E poi, che altro. La progettualità o, almeno, l’unica che io senta davvero e che è quella del fare figli. Se rinasco, ne faccio 10. In questa vita, ho avuto una voglia matta di farne di nuovi un attimo prima di compirli, i 40 anni, e non l’ho spuntata. Come dicevo, a 40 anni si scopre che la vita può anche disobbedirti, con tuo immenso stupore. Io ricordo la mattina in cui capii che, no, non avrei avuto altri figli perché la situazione non era quella giusta. E non avrei avuto il tempo di crearne una diversa. Ricordo la stanza, la luce che entrava dalla finestra e quella fitta di dolore immenso, talmente forte che lo lasciai durare un attimo. E basta. Poi lo spensi. Da quella mattina in poi, è stata una girandola di cose che morivano e cose che testardamente, facevo nascere. Un grande amore che diventa fermo, immobile. La figlia che diventa grande e se ne va. La gavetta professionale portata a compimento e una stabilità lavorativa mortifera e poco premiante, con pochi soldi e me troppo giovane per accontentarmene e fermarmi lì, e troppo vecchia per sperare di andare molto più lontano. I genitori che diventano fragili, il mondo che si svuota dei suoi punti di riferimento. La morte di Cinzia. Prendere, shakerare e vedere che ne esce. A me uscì un “Ciao, io vado” e, stanca di tanto essere adulta, tornai ragazzina. Un’ottima idea: guarda qua come ero polla e contenta… millionaire.
Una molla una scuola e due università per andarsene a ca’ di Dio a guadagnare cento euro al mese, e chi la loda? Una rivista che si chiama “Millionaire”. Gessù, quanto ci risi.
Credo di avere la reputazione di essere una che spiattella tutto, sul blog. In realtà, qua di fatti ne abbiamo raccontati sempre pochissimi. Siamo prodighe di informazioni su come ci sentiamo, invece, e suppongo che la confusione nasca da lì. Io mi sento come una che è completamente immobile da due anni, da quando è di nuovo in Italia. Poi ci penso e mi accorgo che, santo cielo, altro che immobile: ne sono successe, di cose, e alcune sono state importanti. In due anni sono passata di ruolo a scuola, sono tornata in Italia, ho chiuso un rapporto di sette anni con un uomo che ho amato moltissimo, ho cambiato 3 case, ho passato guai sciocchi e volgari, ho avuto una città nuova e un’amica nuova, ho perso un sacco di freschezza e di innocenza (già, si può essere innocentissime pure a 40 anni passati, pazzesco) ed ho guadagnato la prima casa non ammobiliata della mia vita, solo per scoprire che non la so avere perché non me la so godere. Conosco le mie trappole e faccio i conti con la scoperta, banalissima quanto illuminante, che una vita sola non mi basta perché non riesco ad essere tutto e mi dispiace troppo rinunciare a qualcosa, e perdo pure un sacco di tempo a sfogliare il menù dell’esistenza.
Il giorno che mia figlia avrò un figlio, per esempio. Come cribbio faccio, io. Ché sono Nonna Papera fatta donna ed è una vita, che desidero avere un moccioso tra i piedi e la maturità per rendermi conto fino in fondo di cosa succede, e mi ci vedo troppo, come nonna. Ma poi io devo finire in Africa, per forza. Sennò muoio. E come faccio? Due vite in parallelo, mi servono. Ma anche tre.
Mi sento immobile, dicevo, tra tante cose successe di cui, da due anni, non ne ho scelto nessuna. Mi sono piovute tutte in testa, tutte quante. Quelle belle e quelle brutte, indistintamente. Ed io, boh. Li ho ricevuti, questi due anni, e li ho lasciati entrare, gli ho permesso di prendere possesso. Molto femminile. Mi so’ fatta donna, attorno ai 45 anni. Ho ceduto il controllo. E non mi dispiace come non ne sono contenta: osservo. E’ nuovo. E’ interessante. Chissà cosa succede, dopo. Succede che mi muoverò prima o poi, spero. Io, non la vita.
Rimanere lì ferma e con le mani alzate, muovendomi solo per diventare più piccola e mai più grande, come faccio da quando ho 40 anni, mi ha dato il tempo e lo spazio per sentire le cose in profondità.
Prima sentivo tutto molto intensamente, ma sulla pelle. Solo la figlia era andata oltre, era scesa dentro. Niente altro.
Ora cala solo molto, molto dentro, la vita, ché sennò manco ti accorgi che c’è.
Ci credo, che una poi invecchia. Per forza, gessù.
Se posso esprimere un desiderio, però, fa’ che valga la pena di sentirle, le cose che mi aspettano. Non farmela sprecare, questa capacità che non conoscevo. Fammela usare per sentire cose degne di essere sentite. Non farmela buttare, ché davvero non voglio considerarmi imperdonabile.
Una ama il deserto perché vorrebbe che non finisse mai, ‘sto cazzo di orizzonte.


lo so che gli auguri in anticipo son brutti, ma io sono un tipo ansioso, ‘lora mi porto avanti col lavoro: TANTI AUGURIIII
Da lontano fisicamente ma vicino pissicologicamente e appiccicate emotivamente per una questione di eta’ (visto che siamo nate nello stesso anno) sottoscrivo tutto parola per parola quanto hai postato. Eppoi diventerai subitaneamente grande quando sarai nonna e poi da vecchietta saggia riderai di tanta immarciscente fatica fatta per arrivare dove sei arrivata. Mi sono commozionata visceralmente a quanto hai espresso. Ti auguro tantitanti anni molto piu’ sereni e ridenti. E alza lo sguardo al cielo. Un abbraccio affettuoso caldo e indiano. Tua amichetta LPC
“Io so per esperienza che le uniche decisioni sbagliate prese nella mia vita sono state quelle ragionevoli” l´hai scritto il 4 agosto …. e´ancora valido adesso che vai verso i 46??? … giusto x prepararmi …
Ma lo sai che ci pensavo anch’io l’altro giorno a cosa sono stati questi post 40?!
Ovvio, tu dirai, a fine anno un’idea una la butta sempre sui bilanci.
E’ che anch’io sono lì, verso i 46, ma,come persona e come esperienze,vivo in un universo lontano e parallelo al tuo.
Certamente in tanti passaggi, condivido a pieno, soprattutto sul fare i conti sulla bellezza che non c’è più.
Ragionavo l’altro giorno sull’autobus: quando sarò completamente sfatta, cosa sarà di me che attirerà le persone?
E’ che cambia il modo di porsi di fronte alla vita, tutto, anche la conclamata fragilità-
A volte, penso, che tutto questo un giorno, non avrà affatto importanza.
Auguri — e grazie per questo post.
Angelo
io credo che il punto nodale sia quel “perdere un sacco di tempo a sfogliare il menu dell’esistenza”: se si è fatti così, poco da fare, si resta disorientati; magari efficientissimi ma coi vuoti a perdere disseminati ovunque
e non credo che cambi nel decennio dei 50, non credo al sopraggiungere del cinismo; almeno, s’intende, se uno non perde anche tempo ad innaffiare i rimpianti, tra una pagina e l’altra del menù ;-)
da uno che ne fatti 46 3 mesi fa , grazie .. le tue righe, che condivido emotivamente in larghissima parte, sono un inaspettato regalo di natale .. ricambio con questa:
“Grow old along with me!
The best is yet to be,
The last of life, for which the first was made (…)
Robert Browning, da Rabbi Ben Ezra, in Dramatis Personae, 1864”
auguri ..
Un post che mi ha aperto gli occhi. Con la tua consapevolezza . Grazie. Auguri di Buone Feste. Adoro il tuo blog e scrivi troppo bene. e scusa se mi permetto di darti del Tu ma mi sembra di conoscerti sul serio.
brava. per colpa tua adesso c’ho il desiderio di maternità in fibrillazione.
auguri :*
ma quanto mi piace leggere il tuo blog, anche perchè TU metti in ordine i miei pensieri confusi che sono identici ai tuoi. Vorrei solo fare una piccola “aggiuntina”. ADESSO è il momento in cui uno puo’ dire tutto ciò che vuole, a costo di essere maleducati. PRIMA NO, perchè sei giovane, manchi d’esperienza, te lo dicono tutti, DOPO NO, perchè sei troppo vecchio e allora le tue (pur giuste) parole vengono ascoltate con sufficienza, -“eh, vabbè lasciala dire, tanto ormai è la demenza senile che avanza”. Ma adesso, dai 45 ai 55, max 60 SCATENIAMOCI e non teniamo nulla dentro, e se invece di dire buon natale avresti voglia di dargli/le un morso al naso, diciamolo,magari non a brutto muso ma diciamolo, come dice il proverbio: OGNI LASCIATA E’ PERSA!!!!
Ti voglio bene!
p.s. se tornassi indietro, le uniche cose che farei sarebbero:
1- permanenze più prolungate nei paesi arabi
2- invece di 4, farne almeno 8, di figli!
..auguri di buon compleanno..
Grazie tantissimo per gli auguri, a tutti.
Li tengo in caldo per Capodanno. :)
(Umm Omar, ma mi appari con la firma di Haramlik! :D Ah, e c’è un tuo commento sull’altro blog che mi è andato perso nel trasloco, accidenti. Volevo dirtelo.)
(Ah, la domanda di Katia: uhm, non lo so con sicurezza. Mi serve un altro po’ di prospettiva, prima di avere la risposta, credo. So’ ancora troppo ggiovine. :D)
ho letto il tuo post.
mi è venuta voglia di stamparlo, andare in un parco qui vicino, sedermi e leggerlo dalla carta.
Mi sento più vicino alla vita quando incontro cose così. Danno calore. E forza.
E desiderio di prendere (finalmente) in mano la vita.
Senzazioni travolgenti, che durano pochi istanti.
Ma è già molto, di questi tempi.
Auguri
Cara Lia,
penso proprio che tu debba leggere il libro di Antonella Moscati: Una quasi eternità. Sulla percezione di sé delle donne nell’invecchiare, ma con molta ironia intelligente. C’é un pezzo sul sentirsi addosso gli occhi degli uomini napoletani, che sicuramente ti riguarda. Fammi sapere.
Auguri
Bel post, io di anni ne ho 25, ti volevo sottoporre questo spezzone di libro.
Perchè secondo me è molto bello e molto relato al tuo post.
Dino Buzzati, il deserto dei Tartari.
Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini semra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo. Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l’impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.
Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’ altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.
Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare. Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.
Passeranno dei giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà allora come un risveglio. Si guarderà attorno incredulo; poi sentirà un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà la gente, risvegliatasi prima di lui, che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà quanta strada rimane, loro faranno si ancora cenno all’orizzonte, ma senza alcuna bontà e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all’orizzonte. Dietro quel fiume -dirà la gente -ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo.
Fino a che Drogo rimarrà completamente solo e all’orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo. Oramai sarà stanco, le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse e le rare persone visibili gli risponderanno con un gesto sconsolato: il buono era indietro, molto indietro e lui ci è passato davanti senza sapere. Oh, è troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia il rombo della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione, ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta.
Giovanni Drogo adesso dorme nell’interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno ne una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d’erba, tutto così da immemorabile tempo.
A 40 anni fai una scoperta fondamentale, ed è che le cose possono andare male. Mica lo sai, prima.
Non sei più immortale, tanto per cominciare, e tutto quello che fai a te stessa diventa reale: se mangi ingrassi, se bevi ti gonfi, se fumi si rovina la pelle, se soffri sei un mostro e se sei felice, invece, diventi bella. Niente è più a prescindere, tutto è legato alla realtà. La realtà è talmente tanta, in questi 40 anni, che giochi ancora, certo, ché di sicuro non è l’età giusta per smettere, e tantomeno per cambiare, ma i giochi ti prendono la mano e si fanno estremi come mai prima e – già – ti accorgi che non li controlli mica più del tutto. Diventano serissimi, che tu lo voglia o no. Senti tutto, ti cadono i filtri come birilli. Perdi l’onnipotenza, oltre che l’immortalità. E’ il decennio in cui si diventa umani, questo.
com’è che io ho solo 26 anni e vivo ESATTAMENTE la stessa sensazione?