risacca.jpg

Pensavo di uscire e fare sfaceli, stasera. Guardando il fascinoso oste che pescava coralli, l’altra volta, mi ero detta: “Uhm, prima di venerdì sera non gli posso lanciare ami ché ci ho troppo da fare, ma sabato lo impacchetto e lo porto via, questo.” E invece è sabato e mi sono svegliata da due ore scarse dopo essere crollata come un piombo appena tornata da scuola, e prepararmi una cena a base di bietole al vapore e altri toccasana per la salute è stata la mia unica ambizione e mi vengono i brividi solo a pensarci, di impiastricciarmi di mascara che poi bisogna togliersi e di essere simpatica e ciarliera, stasera, ché farei fatica anche solo a grugnire. Il pigiama è la mia meta, ecco. E a letto ci sono già, col pc sulla pancia e i piedi per aria, e non avrei la forza di prendere in considerazione pescatori di corallo manco se mi sbucassero a domicilio, ché dovrei comunque pettinarmi prima di aprire la porta e chi ce l’ha, la forza di sollevare il pesantissimo pettine? Mica me ne ero accorta, che ero così stanca.

Stancano, i fine anno scolastici. Stancano di una stanchezza che Pupina fotografò alla perfezione anni fa, vedendomi rincasare in epoca di maturità: “Ti svuoti e non ti riempi, tu a scuola”. E’ una buonissima definizione del mestiere, trovo. Ti svuoti e non ti riempi. Che non vuol dire che non ti dia cose, ‘sto lavoro. E’ semplicemente una definizione di ciò che accade alle energie, come dire. Sei la pila che è lì per scaricarsi. Per ricaricarti, devi uscire di lì. Ti ricarichi coi libri, con gli interessi, con le chiacchiere, con tutto ciò che è fuori scuola. Poi rientri in classe, ricacci tutto lì dentro, lasci le energie ed esci vuota di nuovo, e così ogni volta. A fine anno sei strizzata e non sai manco come sia possibile.

Perché poi, non vorrei dire, ma all’alba del millennio di esperienza si fanno ormai in automatico, certe cose. Posso mettere giù una relazione finale in due minuti al massimo, un programma finale in dieci secondi, fare medie e chiudere registri mentre mangio la pizza. Eppure ci si svuota lo stesso, è stranissimo. Ci si strizza.

E’ come preparare scartoffie per i concorsi: che sarà mai, dici tu. Che hai fatto, hai tradotto un po’ di roba, hai messo su un archivietto? E se andavi in miniera che succedeva? Morivi?

Ed è che siamo fatti di emozioni, suppongo: il guaio è quello. Che a tutto corrisponde una reazione emotiva, santo cielo. E’ sentire le cose, ciò che stanca. Il coinvolgimento. E sono tornata a casa e mi sono tolta le scarpe e giù a dormire, come un sasso. E tra poco, ancora. Venti ore, voglio dormire. Me le merito, tutte e venti.

Mi guardo la mia disordinatissima casetta sui tetti e il lettone colorato e ringrazio il cielo di vivere da sola, ché fare i conti con qualcuno che ti si aggira da mane a sera tra le scatole è fuori dalla mia portata, e sul serio. Penso che nemmeno l’amore più grande del mondo, ormai, potrebbe spingermi a mettermi un uomo in casa. Un uomo tutto intero, madonna. Ingombranti come sono. Non potrei, e non potrei da ormai molti anni. E non è che me ne sia vissuto poco, di ammore, negli anni in questione. Anzi. I più grandi della mia vita, mi sono sbucati nell’ultimo decennio. Sarà che meno li hai tra i piedi, gli oggetti del tuo ammore, e più li ami. Appunto.

E me ne sto qua coi piedi per aria, il pc sulla pancia, la sigaretta a letto e le carte che ingombrano tutto il soggiorno, di là, e le raccolgo domani se ho voglia e sennò lunedì, e che cosa ottima che sono le bietole al vapore, so’ buonissime, rifletto. Joaquín Sabina che canta nel pc e mi pettino domani, ché adesso ci ho da stiracchiarmi le dita dei piedi, che è più importante.

Al pescatore di coralli ci pensiamo verso giovedì, e il bello degli uomini è che non c’è manco bisogno che loro lo sappiano, che hanno un appuntamento con te.