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Nel sogno sono alla presentazione di un libro scritto da Schegge. Perché, non so voi, ma io ogni tanto mi sogno i blog. Poi il sogno è diventato un incubo ed io mi sono svegliata giusto un attimo prima di prendere un pugno in faccia da un violentatore pazzo conosciuto in ascensore. E’ andata così:

me: mi sono svegliata per via di un incubo e c’eri anche tu

Antonio: bu!

me: ero alla presentazione di un TUO libro

tu parlavi in inglese

poi mia madre era in ospedale

Antonio: yes i do

di che parlava il libro?

me: mi accompagnavi all’ascensore del palazzo

parlava di comunicazione

c’era una teoria

un capitolo sulla rarità

non riesco a ricordare, ma ho ascoltato con attenzione il tuo discorso

poi ti venivano a salutare e tu ti incazzavi perchè non salutavano anche me

Antonio: haha

me: insomma, mi accompagnavi all’ascensore ma era pieno di insetti

allora lo lasciavi andare in attesa che migliorasse

Antonio: oddio di solito sono io a essere una frana in presentazioni e saluti

me: poi però dovevi allontanarti un attimo e mi dicevi di aspettarti

ma mia madre era grave, quindi andavo all’androne dell’ascensore

e lì c’era un ragazzo che mi spaventava

allora mi rassicurava e si conquistava la mia fiducia

e invece poi era un pazzo stupratore

mi sono svegliata di colpo quando si preparava a darmi un pugno in faccia

ecco

Antonio: troppo caldo in casa?

No, non fa troppo caldo in casa. C’è che qui ci sopravvalutiamo sempre un po’, e invece poi siamo sensibbbili. Basta un po’ di trambusto e ci si agita. Ma vabbe’, non dura molto. Sono – fortunatamente – troppo pigra per agitarmi a lungo, ormai lo so.

Il violentatore del sogno era un tipo interessante. Un ragazzo, con l’aria brava. “Pettinato”, direbbero certi alunni miei nel descrivere il tipo. Mi affianca davanti all’ascensore e io mi spavento subito, capisco che è cattivo. Urlo e lui si sorprende, mi rassicura, carpisce la mia fiducia, entriamo insieme nel maledetto ascensore e da lì al bagno di casa sua. Nei sogni succede. E lì si rannicchia sotto al lavandino, lui, in posizione fetale, e comincia a piagnucolare di una sua amica che aveva trovato un pazzo che la seguiva, e piange e mi spiega: “Capisci, stava andando da una coppia di nostri amici e il pazzo l’ha seguita fin lì, così ci sono andati di mezzo anche loro!” Ed è davvero affranto, per la sorte dei suoi amici. Poi si alza, e io capisco che mi stava descrivendo un alter ego. Il pazzo è lui, lo sapevo che dovevo ascoltare l’istinto. E mi si piazza davanti e prepara il pugno da sferrarmi e gli appare un livido in faccia, in quel momento, come a dirmi che livido avrò io l’attimo dopo. E lì mi sono svegliata, con tanto di urlo. Gessù.

Antonio: sti ascensori me: ma io, astuta, mi sono svegliata e ho schivato il pugno

Antonio: ci sono sempre ascensori nei tuoi racconti

me: ci credo, con la salita in cui abito….

Antonio: no, ma in genere

è ricorrente

me: uhm, in egitto erano interessantissimi

ne ricordo uno senza porte

si andava su al settimo piano vincendo ogni vertigine

Era l’ascensore di un alberghetto a Midan Tahrir, Cairo. Un ascensore di quelli antichi, di legno, in un palazzone altissimo. Le porte, chissà che fine avevano fatto. E tu avevi il vuoto davanti a te, mentre salivi, e ti appiattivi contro la parete opposta al baratro e chiudevi gli occhi, faceva proprio paura. E i compagni di ascensore egiziani ridevano, divertiti dalla tua goffaggine da straniera, e venivi tranquillizzata da signore velate, da vecchietti e da bambini, mentre tu cercavi di non immaginarti precipitando giù. Ché poi bisogna anche fidarsi dei propri compagni di viaggio, mentre sei in un ascensore del genere. Stimolano la fratellanza tra i popoli, ‘ste cose. No, perché se gli sei antipatica sai quanto ci mettono a dire: “Ops, è caduta…”? Una pensa di tutto, in un ascensore che ti conduce al settimo piano senza le porte.

Antonio: ciao :) sogni d’oro (prendi le scale)

me: si :D

E chiudo le finestre, anche. Qui soffia un vento notevole, stanotte, e sicuro che appena mi addormento comincia a piovere. Ora prendo la bottiglia d’acqua dal frigo e chiudo le finestre, stavolta non mi fregano.

Al Cairo faceva veramente caldo, tra giugno e luglio, molto più che in agosto, e anche lì ero già in vacanza, in questa stagione. E si viveva di notte, ci si svegliava tardissimo. Ricordo nottate al pc ad ascoltare Macchiaradio, mentre i gechi passeggiavano sulle pareti del soggiorno, e le spedizioni notturne a comprare i manghi per la mattina dopo, e il gelato a Le Carnaval. Di notte, tardissimo. E quell’odore di fumo che c’era in strada, specie d’estate, e poi qualche soffio di venticello e la gente che dormicchiava ovunque e la sensazione di serenità che provavo, rincasando coi miei manghi e col gelato.

Paolo: senti, Lia.. ti stai rimettendo a posto la vita

ma è un pezzetto alla volta

te dai l’impressione di essere uscita da un terremoto

un pezzetto alla volta

si sistema tutto

tre anni fa eri in Egitto, se non erro

me: ‘ncrocio le dita

Paolo: appesa a un filo

o sbaglio?

me: si, ma ero felice

un filo bellissimo

Paolo: eggrazie

stavi prendendo a prestito dal tuo futuro

Sai che non l’avevo mai vista da questo punto di vista? E’ vero. Sono andata lì chiedendo un prestito alla vita, e mo’ ci ho le rate. Vabbe’. E, avendo finito le rate sentimentali, lavorative, politiche, esistenziali, salutistiche e abitative, mo’ ci ho quelle dell’organizzazione della futura quotidianità. Occorre un versamento di serietà in quella zona. Rieducativo quanto la dieta, siamo lì. Genovesizzarsi è la parola chiave. E, no, non vado da nessuna parte, quest’estate. Dico davvero. Se solo oso muovermi, per favore, sparatemi. Grazie.

(Stiamo sempre a diventare grandi un pezzo alla volta, qui, e finisci con una parte e cominci con l’altra, poi ti distrai e c’è quella di prima da riprendere, e non si finisce mai.)