Io, comunque, vivo male la sensazione che l’opposizione alla Gelmini si lasci fagocitare da giochetti di potere svilendosi in poco più di una testimonianza di appartenenza a questo o quello schieramento politico. E siccome non stiamo parlando di una scuola idilliaca, ma di una serie di nodi che si trascinavano da tempo – e da molti governi di entrambi gli schieramenti – e che questo governo Berlusconi ha avuto gioco facile nel raccogliere, io credo che gli italici prof dovrebbero stare attenti a non lasciarsi usare come truppa da corteo e nulla più, rischio che mi pare tangibile soprattutto alle superiori.
Ci sono questioni, a scuola, che affrontate ideologicamente non reggono la sfida con la realtà. La questione degli stranieri alle superiori è una, la faccenda del “diritto al successo formativo” è un’altra, l’esistenza di ghetti pseudo-scolastici, specie tra gli istituti professionali, è un’altra ancora e così via. Sono cose su cui l’unico parametro per schierarsi dovrebbe essere, a mio parere, l’efficacia didattica e formativa dell’intervento proposto. Affrontarle ideologicamente vuol dire, semplicemente, rendersi subalterni a ogni possibile potere, e spesso a poteri di segno contrario (presidi, sindacato, provincia, governo) ma uniti nel fare lavorare male noi.
Tipo: parliamo un attimo di ghetti scolastici. E facciamolo a partire da questo discorsetto che ho scovato in rete e che è stato fatto al Collegio Docenti di settembre di due anni fa, in un istituto professionale dove, come è noto, il diploma finale costituisce titolo di accesso per l’università:
[…] la lotta contro la dispersione scolastica deve essere l’obiettivo primario della scuola italiana di oggi. La scuola deve porsi come spazio inclusivo, non selettivo. Questo significa fare moratorie generali e abbassare il livello degli obiettivi? No. Solamente, significa rendersi conto che la scuola, da diverso tempo, è divenuta un servizio sociale. Che ci piaccia o no, dobbiamo farci carico di questa nuova vocazione. Certo, ci vogliono spalle forti e la voglia di non darla vinta alla disillusione. Talvolta può sembrare migliore la scuola che si libera di situazioni difficili. Ma se perde quelli più in difficoltà, la scuola perde quelli per cui esiste, e diventa -diceva don Milani- un ospedale che cura i sani e respinge i malati. “Se alla fine dell’anno -dice un insegnante della scuola di Palermo- ho insegnato a un ragazzo a rimanere seduto o ad alzare la mano prima di parlare, beh, io lo promuovo. È poco?”
Sì. Direi che è decisamente poco, se il titolo di studio ha valore legale e ti permette di accedere all’università, appunto.
Direi che è molto poco se la scuola ha una serie di materie che si chiamano Italiano, Storia, Diritto, Matematica, Lingua Straniera 1 e 2 e così via. Con i relativi insegnanti.
Direi che è colpevolmente poco se si vuole educare i ragazzi alla legalità, e la legalità consiste anche nell’astenersi dal dare il nome “promozione” a ciò che, a casa mia, si chiama “falso in atto pubblico”.
Io credo che li dobbiamo affrontare noi, i nostri scheletri nell’armadio, prima che escano tutti assieme e ci travolgano. E credo anche che non dovremmo avere nessuna paura di farlo: della scuola superiore-contenitore cosiddetta “inclusiva”, noi siamo le vittime e gli agnelli sacrificali. Cos’è, ci tiriamo fuori qualche cattedra? Ma quanto ci costano, queste cattedre-barzelletta, in termini di credibilità, considerazione sociale, condizioni di lavoro? Nei professionali, secondo me, le materie culturali vanno diminuite per forza. Io lo penso da anni, non so voi. Per il semplice motivo che il carico di lavoro che attualmente viene proposto in teoria, rimane tutto là. Nella teoria. Non è logico difendere l’attuale numero di materie dei professionali e poi inaugurare gli anni scolatici con discorsetti come quello di qui sopra. Se non la affrontiamo noi, la contraddizione, ne verremo travolti. Ne siamo GIA’ travolti, anzi, e per cosa? Chi ci ha guadagnato, dall’immensa fiera dell’ipocrisia per cui tu fai finta di insegnare a Tizio che fa finta di imparare e poi facciamo finta di fare un esame e io ti do un diploma in cui si finge che tu sappia Italiano-Storia-Matematica-Diritto/Economia-Due-Lingue-Straniere? Non noi, guarda. Di gente che ci ha guadagnato e ci guadagna ce ne è a pacchi, ma non siamo noi.
E’ il contrario di qualsiasi discorso educativo, dare a un ragazzo obiettivi sproporzionati e poi fargli vedere che sei il primo a non aspettarsi che lui li raggiunga. Cosa si raccoglie, se non aggressività e disistima, da un sistema del genere?
Penso a scene tipo quella di un esame di idoneità alla terza superiore. Il candidato consegna il compito di matematica in bianco. La prof di matematica, ad occhi bassi, lo fa presente al preside. E il preside: “Be’, ma comunque ha fatto matematica in prima, seconda e terza media. Non si può dire che non sappia niente della materia. Metta sei.” La prof mantiene gli occhi bassi, mette sei e tace, abituata. In classe la prenderanno a palline di carta, già lo sa.
Ma perché lo facciamo? Per interesse? Non mi pare proprio.L’interesse è quello del preside che magari ci incastra dentro la sua carrierina politica, nello sbandierare la nuova “vocazione” della scuola, o come minimo può sfoggiare dati di presunto “successo” da giocarsi nella gara al nuovo iscritto, al finanziamento. Di sicuro non è interesse nostro, che ci condanniamo a lavorare da cani, ad essere intimiditi su ogni fronte e a diventare, infine, capro espiatorio di qualsiasi misura di risanamento.
E non è interesse delle famiglie, che non vedono o fingono di non vedere in quali ambienti cacciano i figli, né dei ragazzi stessi. I quali si divertiranno sicuramente da morire, a starsene all’asilo fino a 18 anni, ma poi lo sconteranno dai 19 in su.
Io non so quale “cittadino” crediamo di formare, in professionali pieni di belle materie per le quali, però, è prassi comune estendere a tutta la classe gli “obiettivi minimi” pensati per alunni con difficoltà di apprendimento.Qualunque cittadino sia, direi che non lo formiamo. Anzi.
Poi, guarda: se penso alla mia esperienza personale da insegnante, posso dire di essere stata prevalentemente in buone scuole. Alcune persino ottime. A me l’istituzione sembra sana, vista nel suo complesso.
Le realtà che non lo sono, tuttavia, non possono essere ignorate. Anche perché scoppiano comunque, prima o poi, pure se le ignoriamo. E ci scoppiano in faccia.


Rispondo perchè mi sento un po’ colpita da una frase, quella in cui scrivi che i professori dovrebbero stare attenti a non farsi fagocitare dalla protesta, soprattutto alle superiori e perchè, ovvio, sono un’insegnante delle superiori che sabato mattina, con altri suoi colleghi, ha partecipato ad una manifestazione insieme agli studenti e che lunedì sera parteciperà ad un’assemblea con gli studenti e con i genitori. Parte in causa, dunque. Con tutta una serie di dubbi, però, che nascono, come mi sembra tu sottintenda, dal rischio di essere politicamente strumentalizzata, rischio che a mio parere, corrono anche gli studenti, senza dubbio quelli delle superiori. Un po’ carne da cannone, mandati in prima fila, che poi arriviamo noi (noi politici e politicanti), se la cosa funziona. Detto questo, credo però che sia importante dire la propria su questo argomento e non lasciare che solo gli studenti si espongano per protestare contro decisioni che non hanno minimamente a cuore la scuola, chi ci lavora e chi ci studia, se le uniche soluzioni che sono state adottate non hanno a che vedere con un giusto risanamento dell’istruzione che tenga conto delle osservazioni che anche tu fai nel tuo post, ma sono rivolte esclusivamente a tagliare posti per risparmiare. Non una parola sulla necessità di rivedere programmi e pratiche di insegnamento, non una parola sulla formazione degli insegnanti futuri, non una parola sui modi con cui controllare l’efficacia degli interventi didattici e dell’insegnamento in generale.Che, a dirla tutta, i sistemi per controllare se un insegnante lavora, se un lavoro viene svolto in modo efficace, ci sarebbero anche ora, ma spesso sono proprio le dirigenze, omertose e mafiose come stile di conduzione- come giustamente rilevi- che lasciano perdere, che permettono che dietro la porta chiusa dell’aula ognuno faccia quello che vuole. Lo sappiamo bene che funziona così, lo sappiamo anche se cerchiamo di fare in modo che non avvenga, ma cosa possiamo fare di diverso di fronte al silenzio di un dirigente? Queste sono le cose che andrebbero cambiate se si avesse veramente in animo di cambiare qualcosa. Alle superiori e all’università, dove baroni da anni fanno il brutto e il cattivo tempo, limitando le loro apparizioni a qualche ora di lezione, delegando tutto il resto ai ricercatori e assistenti, e guadagnando però soldi e prestigio. Non i tagli alla ricerca, quindi, non il maestro unico, non il grembiule, per risanare la scuola, non i sovrannumerari alle superiori, non l’accorpamento di classi di concorso similari, non i corsi di riconversione per potere insegnare materie affini alla tua. Non è questo quello che ci serve. E’ vero che molto spesso ci siamo lasciati trascinare in questo modo di fare e che l’unica strada possibile ci è sembrata quella di fare semplicemente il proprio lavoro, senza dar fastidio, nel chiuso delle aule, con i ragazzi e le ragazze, non venendo meno, però, a correttezza e onestà, anche nei loro confronti, anzi, soprattutto nei loro confronti. Per questo credo che sia importante farsi sentire in questi giorni, proprio per evitare quella strumentalizzazione di cui parli. MI scuso per la lunghezza, davvero eccessiva del commento. Spero di poter continuare la discussione, qui o altrove.Alessandra
Nessuna lunghezza. Ti ringrazio, anzi, perché dici quello che io non sono certa di essere riuscita a dire.
Nel senso: protestare SI DEVE, secondo me, e non ho intenzione di perdermi mezzo sciopero né mezza manifestazione.
E la riforma è ciò che dici: una corsa al risparmio, scorretta e disonesta, che peggiorerà le situazioni che già oggi ci fanno lavorare male.
Però non arriviamo da nessuna parte se facciamo finta di non capire le questioni vere sollevate da alcuni aspetti della riforma.
Sulla questioni stranieri e riduzione delle ore al professionale, rispondere in termini propagandistici è sbagliatissimo, secondo me. Certo, Berlusconi al posto nostro lo farebbe. Ma noi non abbiamo il controllo dei media, quindi certi trucchetti non ci servono a niente e, anzi, ci si ritorcono contro.
Come abbiamo fatto, dico io, a farci cogliere in contropiede dalla storia degli stranieri? Con tutto il lavoro fatto in questi anni (parlo di superiori, lo ribadisco sempre) possibile che non sia venuto DA NOI il discorso del limite per classi? Proprio alla Lega, dovevamo lasciare questo argomento? Ché poi è evidente, dove vorranno andare a parare loro, ma con quale faccia ci opponiamo noi a certi argomenti che stanno usando adesso?
Prima leggevo queste considerazioni di un collega:
“Questa campagna contro la proposta di classi ponte e’ disgustosa.
Tre o sei mesi di Sonderschule, in Germania, non hanno mai fatto male a nessuno, mentre una o due bocciature sono assai piu’ dolorose.
E la bocciatura, per chi arriva a dicembre in una classe delle superiori senza sapere una parola di italiano in una scuola appena appena seria, e’ la norma.”
Ecco.
Il riscatto del nostro mestiere passa per l’affrontare queste cose qui.
Non voglio limitarmi a scioperare a favore di dirigenti che, sulla scuola-ghetto che non affronta niente, ci campano. Spremendo insegnanti lasciati totalmente soli, in genere.
“E la bocciatura, per chi arriva a dicembre in una classe delle superiori senza sapere una parola di italiano in una scuola appena appena seria, e’ la norma.”
bisognerebbe vedere se si impara prima l’italiano stando con degli italiani, o se facendo un corso di italiano, ma stando con delle persone che non parlano l’italiano… probabilmente la soluzione migliore sarebbe una via di mezzo.
Nelle classi piene di stranieri non si “sta con gli italiani”. I ragazzi finiscono col fare gruppo in base all’etnia.
Gli adolescenti sono diversi dai bambini, e a quell’età cambia anche la capacità di imparare le lingue.
Cmq, certo: la soluzione sta nel mezzo.
Trovo il discorso sulle scuole professionali corretto: lo dico perche’ sto in cucina e so cosa mi e’ arrivato NON formato dalle scuole alberghiere. Alcuni ci sono portati altri ci vanno perche’dovrebbero imparare un mestiere. Ecco anche no. Fare meno materie e farle meglio perche’ in verita’ il mestiere lo impari sul campo e in genere i buoni posti di lavoro fanno training su training. Insegnare bene l’italiano e la matematica o meglio come si diceva un tempo: Saper leggere e scrivere e far di conto. (Il resto il mondo del lavoro fagocita e sfrutta. E son dolori e sottopagamenti) Poi alcuni definiscono esperienza l’insieme di faticosi errori ma diciamo che le scuole professionali NON insegnano a far bene un mestiere e forse spetta al mondo del lavoro far questo. Ma…Lo dico: ho insegnato talmente tanto italiano nelle cucine da far paura: agli stranieri e agli italiani. Direi piu’ ai ragazzi italiani che agli stranieri. E puo’ essere che mi sia capitata la peggio gioventu’ ma alla fine dell’anno sanno parlare meglio e sanno lavorare meglio. Mica perche’ ci sono io. Ma perche’ instillare responsabilita’ fa parte di sicuro del mondo del lavoro. E hai ragione su tutta la linea. Perche’ a fine anno io voglio aver formato un ragazzo su tutta la linea e NON che sappia lavare solo le verdure. Altro che pagina bianca. Vedo rosso quando mi si fanno discorsi al ribasso.
I professori hanno i mezzi per rendere decorosa la vita scolastica loro e dei ragazzi che hanno voglia di studiare. Basta sanzionare e bocciare quando è il momento. Il preside è ha voce in capitolo minima.
I professionali ghetto li hanno fatti gli insegnanti per assicurarsi la pagnotta regalando titoli di studio a somari e delinquenti.
Dalla scuola deve essere allontanato chi non ha voglia di studiare: per il bene del ragazzo (che deve trovare una sua strada che non passa per la scuola), per il bene degli altri ragazzi (che vogliono studiare e ne hanno diritto).
In teoria non avresti torto, Luca. In pratica, le scuole che funzionano sono quelle in cui i docenti hanno un preside alle spalle. Se il preside è assente o, peggio, interessato solo al numero degli iscritti, le scuole non funzionano. Non ci vuole niente a isolare i prof che vorrebbero funzionare: i metodi sono decine, non voglio annoiarti elencandoli.
Quanto alla pagnotta: io credo che nelle cattive scuole la pagnotta vada di traverso, sostanzialmente. Faccio fatica a capire come qualcuno possa assicurarsela nel modo che dici.
Ma può darsi che qualcosa mi sfugga, non dico di no.
il meccanismo premiante sui progetti alimenta i “manager” della scuola, quelli che hanno un senso etico e una sufficiente competenza diventano riferimento per i docenti, gli altri creano gruppi di potere e affondano la scuola
È peggio della marcia su Roma. Ma di molto.