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Io ho avuto una madre bizzarra che mi ha allenato, per buona parte della mia vita, a decodificare metafore. Tipo che, osservando il passeggio, ti diceva: “Vedi? E’ un’invasione di questa razza che ha il cervello per metà umano e per metà animale…” e tu guardavi a tua volta, chiedendoti cosa volesse dire, e poi capivi: intendeva dire che era pieno di truzzi, il passeggio. Ed è che non conosceva sintesi, mia madre, né sapeva fare propria l’esperienza generale sulla realtà. Per lei era tutto una scoperta a partire da zero, elaborava dati vergini. Dove il resto del mondo captava un semplicissimo tamarro, quindi, mia madre osservava con stupore caratteristiche umane e animali amalgamate nella stessa persona, e te le comunicava. Soave. E devastante. Estremamente precisa.

Ho passato tutta l’infanzia, e forse la vita intera, a incazzarmi con mia madre perché era troppo fragile per poterci competere. Questa donna che piangeva sempre, che amava sempre troppo, così disarmata e fatta apposta per attirare prepotenze, incapace anche solo di prendere in considerazione i propri interessi e persino la semplice parola “interesse” che, lo so, la faceva rabbrividere per la carica di volgarità che possiede. Ho cercato di farle avere la pensione. Non la vuole. Mi ha detto, fredda: “I professori non vanno mai in pensione“. Si sentiva, nella voce, il disappunto del dovermi spiegare un concetto tanto elementare. Ho sempre saputo di non essere abbastanza eterea per i suoi gusti.

Non era debole: è l’essere più inesorabilmente cocciuto che esista e sa pagare qualunque prezzo pur di fare esattamente ciò che vuole lei. E’ solo fragilissima: ti va in frantumi tra le dita appena la tocchi. Ma i frantumi non cambiano sostanza. Saranno anche frantumi, ma cocciuti.

Io credo di averlo pensato fin da quando la guardavo dalla culla, che ero più strutturata di lei. Perché possiedo del sangue contadino che lei non ha, e sono certa che questo mi abbia salvato la vita. Me lo si vede in faccia, ché sono infinitamente più scura di lei, e so per certo che tutti i motivi per cui lei mi biasima sono altrettanti strumenti che mi sono costruita per stare al mondo meglio di lei. Perché lei non mi biasima mai quando faccio cose che, per il resto del mondo, sono cazzate. Mi biasima solo quando faccio cose che sembrano a tutti sagge. Ha in odio la saggezza, mia madre, e quando le ricordo che devo mangiare e pagarmi le bollette so che in cuor suo risponde con una smorfia. Questo mio lato contadino, lì a turbare un’Alice che è ormai in frantumi da decenni, ma sono frantumi snob. Perché Napoli, si sa, è la nostra sponda del Lazarillo e del suo Hidalgo, e la più hidalga di tutti è la mia mamma. Ed io, che non potevo prenderla a padellate in testa, l’hidalga – ché basta pensarlo e lei capisce e ti guarda sbalordita, ferita, e ti spiega che sbagli e te lo spiega abbastanza bene da avere ragione e comunque non si uccidono le mamme, anche se hidalghe, e soprattutto non è leale uccidere chi è più fragile – io, insomma, me ne sono andata. Mille vite fa, e non sono più tornata.

Poi passano gli anni, ed io oggi ne ho più di quanti non ne ricordi in lei. Perché ce l’ho stampata nel cervello come una ragazzina, ovviamente. Lei con i capelli lunghi, i minishorts e la maglietta con la mela sopra. Lei che gareggia al concorso per chi ha le gambe più belle, e io decenne a fare il tifo. Lei che ci portava al mare da giugno a settembre, fino agli ultimi bagni sotto la pioggia di fine estate, e il mare era che si prendeva il canotto e, remando remando, si andava lontanissimo, a caccia di grotte lungo la costa di Maratea, e sul canotto i panini e il mangiacassette, con Patty Pravo che cantava Pazza Idea e noi che le cantavamo dietro. Lei che si innamorava sempre, soprattutto, e sempre troppo e male, ed era sempre dolore.

L’ho vista quattro anni fa e non la riconoscevo. E’ incredibile quanto viviamo a lungo, tutti quanti.

Però, insomma, io adesso ho più anni di lei, come dicevo, e posso anche raccontarmele, le cose in cui le somiglio. In questa cosa che lei mi ha sempre detto e che spiega la mia vita, per esempio: “Perché noi siamo delle piante, in realtà. L’unica differenza è che le nostre radici sono nella testa, non affondano nella terra come fanno le piante convenzionali. Quindi, a differenza di loro, noi siamo liberi. Se vogliamo ci spostiamo. Solo che, come tutte le piante, non possiamo vivere lontani dal nostro clima. E tu, infatti, se sei nel clima sbagliato appassisci. Come tutti noi.

Mi aleggia attorno, questa mamma, mentre intristisco in questa Zena in cui piove da una settimana ed è tutto buio e mi passa la voglia di vivere, e non uscirei dal letto. E starnutisco per colpa sua, ché ho preso tutta la pioggia del mondo, l’altro giorno, perché dovevo trovare una fermata dell’autobus che fosse in un posto più bello di quello dove aspetto di solito e che è troppo brutto per poterci stare. L’ho trovata, poi, la fermata bella. Ma non sai quanta pioggia ho preso, nel cercarla.

Io ci morivo di tristezza, a raggiungere tutti i giorni quella fermata grigia lungo lo stradone. Non era possibile continuare. E la pioggia l’ha resa insopportabile, la fermata, e quindi ne ho cercata un’altra. Tutto qua.

Sono le cose di mia madre, queste. Mio padre, avrebbe avuto l’ombrello.