Che il desiderio di scrivere scompaia, a periodi, dicono che sia fisiologico. Io sono una che sa fare una cosa alla volta, a essere ottimisti, e in questo periodo ne faccio un mucchio: vivo con SMP, per esempio, e non è che abituarsi a vivere con un uomo sia una passeggiata. Metto su casa, a ondate: oggi, per dire, montiamo scaffali e una specie di armadio scoperto dell’Ikea. Ho avuto il millesimo trasferimento scolastico della mia vita, anche, ed ho mollato una scuola dove sarebbe valsa la pena rimanere a patto di farci su un documentario, altro che qualche post: disgrazia vuole che la perdita del mio anonimato comporti anche la perdita di quello dei miei alunni, e parlare di loro, quindi, non si può. Proprio no. Spero che qualcun altro lo faccia, comunque, prima o poi: io, una scuola come quella che mi lascio alle spalle non la avevo mai vista, eppure credo che la dovrebbe vedere ogni cittadino di questo paese. Ne imporrei la visione ogni sera dopo il Tiggì, un’ora di lezione in una classe qualsiasi di quell’edificio in diretta sui vostri schermi. Così, giusto per sapere se vi piace, se corrisponde al paese in cui credete di vivere.

E poi. E poi sto finendo il master, mi mancano un paio di formalità e il doloroso pagamento dell’ultima rata. E poi ci ho da rimettermi in forma, ché come al solito bisogna rieducarmi qua e là affinché non vi lasci prematuramente, e poi abbiamo da pescare, io e SMP, ché la barchetta ci sta diventando un natante semiserio e la faccenda è che si va a Bogliasco, quando il tempo lo permette, e si mette la Ciccì in mare e si sperimentano metodi per prendere pesci che ho scoperto chiamarsi “alla traina”, “al bolentino”, cose così. C’è anche quello che metti un sacco di ami in un secchio, non ricordo come lo chiamano. I Bogliaschesi pescano un sacco di roba, dai tonnetti alle lampughe alle acciughe, queste ultime col retino. Noi abbiamo pescato in tutto una ventina di pescetti di scoglio, da settembre a oggi, e ci abbiamo fatto gli spaghetti.

Mi volano le giornate, insomma, ma sempre con la sensazione di non stare facendo qualcosa che in realtà dovrei fare. Che è scrivere qua sopra, in fin dei conti. Perché mi fa bene, perché mi manca, perché sennò è tutto dispersivo, perché è tempo mio che non ho più e ci ho litigato un mucchio di volte, con SMP. Con lui che dice: “Ma non senti di perdere tempo, stando al pc?” e io che gli rispondo che in realtà mi pare di perderlo adesso che ci sto tanto poco, ‘sto benedetto tempo. Il tempo dell’ozio apparente, dei pensieri che scelgono dove andare, lontani dai mille stimoli quotidiani che li dirigono qua e là, in genere dove sono superflui.

Poi non è che non ci stia, su internet. Ci passo tutti i giorni, leggo il paio di blog che mi piacciono, qualche volta gioco a montare qualche bailamme come quello dell’altro giorno, con Marco Salvia e Catepol, ché siamo incappati nell’ultima prodezza della Gelmini e la si può leggere nei link, se se ne ha voglia. Ma, soprattutto, mi affaccio su FriendFeed a seguire le chiacchiere di qualche conoscente e quelle di un mucchio di sconosciuti, e lì la molla che mi aveva sempre fatto venire voglia di scrivere si affloscia su stessa, si perde in una versione informatica della quotidianità e tu non scrivi più, se non qualche vaga cazzata in cui accenni a ciò che, in altri tempi, avresti metabolizzato scrivendone per ore. Alle cose che hai per la testa, e che nello spazio della conversazione da social network non ci stanno manco se le comprimi schiacciandole coi piedi, ma intanto ci perdo il tempo – SMP non ha tutti i torti, forse – e poi, esattamente come faccio nella vita reale, taccio e passo a leggere il giornale. Io non sono mai stata una conversatrice. Tre persone mi sono sempre sembrate una folla, figurati le 150 che leggo là sopra. E perché lo faccio, allora? Perché mi intrattengo tutte le sere a scoprire che Tizio ha mangiato la pizza e Caia ha comprato gli stivali nuovi? Non ne ho la più pallida idea. In effetti è una buona domanda.