Una che va nel Sinai cerca, tendenzialmente, tranquillità e mare, e non è un caso che il mio rapporto d’amore con Dahab, durato la bellezza di 16 anni, si sia infranto una mattina dell’agosto scorso, esattamente nel momento in cui, dagli altoparlanti situati attorno alla piscinetta dove SMP e io cercavamo refrigerio e facevamo colazione, esplose una cascata di techno-music. Mi parve troppo.

Stavolta sono andata a cercare refrigerio tra Taba e Nuweiba, quindi – i 43 gradi del Cairo stavano per uccidermi, ché avevo addosso tutto l’inverno genovese e il mio fisico reclamava una tregua – e, di tranquillità, ne ho avuta quanta ne volevo e pure di più: c’ero solo io. Letteralmente, e nel raggio di chilometri.

Beer Sweir, vista dalla strada, è una lunga striscia di sabbia su cui sorgono, uno accanto all’altro, una decina di piccoli camp fatti di capanne di paglia e bambù in riva al mare. Arrivare lì non mette di buon umore: quel pezzo di costa è un monumento all’instabilità medio-orientale, disseminata com’è di alberghi di mattoni e cemento costruiti o lasciati a metà nel momento in cui speculatori e piccoli e grandi imprenditori egiziani vivevano il loro momento di ottimismo turistico nel Sinai, prima della fatidica passeggiata di Sharon sulla Spianata di Gerusalemme e di tutto quello che ne è seguito. Alberghi dove non è mai andato nessuno e nessuno andrà mai, pugni in uno scenario di montagne rosse deserte, mare azzurrissimo, barriera corallina a pelo d’acqua.

Le capanne di bambù hanno il grande pregio di non deturpare alcunché e lì me ne sono andata io: al White Sand, base nel Sinai della mia amica Julia e della sua banda di spagnoli, e c’ero io, unica ospite di quel camp e di tutta Beer Sweir, e i due sudanesi che lo gestiscono, al lavoro solo per me. Basta. Niente altro.

Io che dormivo fuori dalla mia capannina, ché dentro fa sempre troppo caldo, su un materasso sotto l’esagerazione di stelle che c’è là, in riva al mar Rosso di sempre, e i sudanesi ad accudirmi qual regina di Saba: il tè appoggiato sulla sabbia davanti al mare ogni mattina, il pancake della colazione con cui il sudanese cuoco – Montaser – faceva sforzi di creatività e un giorno me lo dava con la cioccolata, l’altro col miele, l’altro ancora con la marmellata e poi, la sera, mi sedevo nella capannona comune col mio libro e il pc, con la corrente attivata dal generatore, e c’era la cena fatta solo per me: pescioni alla griglia, riso, tahina, le cose del Sinai. Una sera mi hanno fatto un pollo “all’africana” piccante, buonissimo, come testimonianza esotica della loro provenienza. Ed era, insomma, una situazione bizzarra, io da sola con ‘sti due africanoni che cucinavano, mi portavano il cibo, sparecchiavano, e io lì a giacere e a pensare ai cavoli miei, chiacchierando ogni tanto e standomene in beato silenzio il grosso del tempo, o a nuotare e a sentirmi in simbiosi coi pesci in mare. Mi ha fatto bene, ne avevo bisogno.

Pare che ci fossero anche due israeliani nudisti, qualche camp più in là, ma li ho intravisti solo da lontano. Non capirò mai che bisogno abbiano, gli israeliani, di venire a fare nudismo qui, in un paese musulmano. Nel loro paese, di nudisti non ne ho mai visti, anche se me ne segnalano l’esistenza. Qui lo fanno confidando, evidentemente, nella sempiterna pazienza e nel quieto vivere degli stessi beduini e arabi che tanto disprezzano, di cui raccontano l’arretratezza e il bigottismo fanatico sui media di tutto l’Occidente.

In compenso, l’ultima mattina all’alba mi è apparso dal nulla un altro israeliano, giovanissimo e coi dred, e da lontano mi ha gridato se avevo da accendere. Gli ho mostrato l’accendino e lui si è avvicinato con un gigantesco spinello in bocca ed era giovanissimo, con gli occhioni neri, e mi ha chiesto di dove ero e poi ha esclamato: “Oh, italiana? Sai, ci sono stato: ero a Como, che è il posto più bello che abbia visto in vita mia.” Ho pensato che era simpatico, dolcissimo e che dovevo assolutamente trattarlo bene ed essere gentile, non il solito orso scostante, e quindi mi sono sforzata di pensare a qualcosa di amichevole da dire e ciò che mi è uscito dalla bocca è stato: “E hai già fatto il militare?

Meno male che mi ero pure sforzata.

Sono tornata al Cairo abbronzata, ritemprata e col doppio delle energie che avevo prima. La città pare appena meno bollente, Tahrir è piena di gente dopo le botte dell’altro giorno – ne parlerò in un altro post – ed io continuo a sentirmi l’unica vacanziera nel paese, ché gli stranieri che vedo sono giornalisti o cooperanti, poco più, e gli egiziani che vivevano di turismo bevono tè, depressi, davanti alle botteghe deserte o direttamente chiuse del Khan al Khalili, o cercano di portarti in taxi da qualche parte e di svoltare la giornata.

Per la prima volta da quando frequento questo paese, non contratto e non faccio storie di soldi, né tantomeno di principio su qualche euro da pagare in più o in meno. Non è veramente il caso.

Ieri, scendendo dal pullman che mi riportava da Nuweiba, mi ha abbordato un taxista molto distinto, di una certa età, e il mio riflesso è stato quello solito di dirgli di no e di andare a cercarmi un taxi col tassametro. Lui insisteva, come sempre insistono, ma il tono, la voce, non erano quelli di sempre: “You tell me the price, please!”, e c’era dell’urgenza nelle parole, un bisogno vero. “Andiamo”, gli ho detto. Poi, sotto casa, mi ha detto: “Io mi chiamo Ahmed. Ricordati di me, se mi rivedi quando ti serve un taxi. Ricordati il mio nome: Ahmed.” “”, gli ho detto. “Va bene”. In una strada qualunque, in una città di venti milioni di abitanti. Ahmed.

La sera, stranieri ed egiziani affollano i posti dove si beve birra – il Club Greco, l’Horreya – perché il Ramadan inizia tra qualche giorno e, per un mese, le birre bisognerà cercarle altrove, ché lì chiudono.

Io, intanto, mi guardo attorno, leggo i giornali, parlo con la gente e penso che ha tante speranze come non gliene avevo mai viste, questo mio amato paese pieno di guai. E poi ha un mare di guai, come sempre, più che mai.

A me, in tutto questo, basta stare qui, comunque sia. Mi sento rilassata, mi sento in pace, mi sento comoda. Mi sento adagiata, a mollo nell’inevitabile. Ché, tanto, ovunque vada o cerchi di andare è sempre qui che torno, e cercarmi altri luoghi da amare è inutile, ormai lo so bene.

Nella buona e nella cattiva sorte”, pensavo, mentre cercavo – abbastanza pateticamente, certo – di risarcire con i miei quattro soldi tutti i taxisti del Cairo per il tradimento dei miei connazionali fuggiti in vacanza altrove, mentre cercavo di ricambiare col poco che ho – quattro soldi in valuta pesante, pensa te – l’ospitalità di un paese che mi accoglie e mi spupazza pure mentre fa la rivoluzione, e quasi non te lo fa manco notare.