Io oggi manco pensavo di andarci, a Tahrir. Un po’ perché dicono che la polizia sequestri i cellulari delle donne, soprattutto, e li schiacci sotto gli stivali, e a me scoccerebbe assai. Un po’ perché di giorno, in Ramadan, starsene in centro è davvero una dura prova, tra la sete e la voglia di fumare. E molto perché lo spettacolo di Tahrir presidiata dalla polizia lo conosco già a memoria: era la normalità, prima della rivoluzione.

Poi, invece, mentre ero nel Cairo islamico a farmi la mia serata di Ramadan, mi ha chiamato Filippo per dirmi che era proprio spettrale, la piazza militarizzata, e così ho pensato di chiedere al taxista che mi riportava a casa di farci un paio di giri attorno, ché volevo vedere che aria tirava.

Spettrale lo era, in effetti: dai blindati color sabbia dell’esercito piazzati negli angoli di ingresso alla piazza fino al bivacco dei soldati nello spiazzo centrale, circondato da poliziotti schierati in tenuta antisommossa.

E, mentre giravamo col taxi attorno allo schieramento, bel belli, improvvisamente ci ritroviamo di fronte a una folla di ragazzi e rimaniamo un po’ interdetti, io e il taxista, senza capire bene se era un plotone di soldatini vestiti casual o cosa. E invece no: era proprio una manifestazione di ragazzi. Lì, in mezzo a quel po’ di militari schierati. Ci è stato chiarissimo non appena è arrivata la carica dei soldati armati di bastone, di quelli dietro col mitra in mano, del fuggi fuggi dei ragazzi attraverso la piazza e, soprattutto, degli spari in aria (suppongo che fossero in aria, voglio sperarlo).

Il taxista ha esclamato quello che mi è parso un bestemmione, mi ha detto che basta giri e che ce ne andavamo e, cercando di non travolgere nessuno, ha messo le ali al taxi e siamo filati. Aveva gli occhi fuori dalle orbite, poveretto.

Io ho cercato ancora di fare qualche foto dal sedile di dietro ma, con la luce dei lampioni, era impossibile.

L’ultima cosa che ho visto è stato, tra la gente che scappava, un fotografo seduto sul marciapiede con un militare armato di mitra che gli urlava contro. E le facce dei ragazzi che correvano: belle decise, per niente spaventate. Hanno un bel coraggio, ‘sti qua.

Il taxista, già verso Doqqi, scuoteva ancora la testa contrariato, suppongo inveendo contro la turista folle che lo aveva portato in mezzo agli spari. Io gli ho detto: “Maalesh”, un po’ contrita. E lui si è messo finalmente a ridere, con mio sollievo. Il senso dello spirito è la benedizione di ‘sto paese, l’ho sempre pensato.

Poi Filippo mi ha detto che era già successa un po’ di volte, ‘sta cosa, durante la serata. I ragazzi arrivano, l’esercito li carica, loro scappano e poi tornano. Sono, evidentemente, tenaci, oltre che resistenti alle bastonate.

Io sono qui a casa a chiedermi perché mai non mi facciano paura, ‘ste cose. Eppure dovrebbero, credo.