C’è questa cosa che non mi tolgo dalla testa, da quando Vittorio Arrigoni è morto, e ne ho parlato con un mucchio di gente – gente vicina alla causa palestinese, ovviamente – sperando di essere tranquillizzata e di vedere smontati i miei ragionamenti, e invece no. Perché sono pensieri su cui vorrei avere torto, i miei, e quindi sarò grata a chi volesse convincermi della loro infondatezza.
Qualche data, intanto.
Partiamo dal fatto che Vittorio ci aveva vissuto per tre anni, a Gaza, durante i quali aveva avuto ottimi rapporti con tutti, a cominciare dal governo di Hamas.
Le cose cominciano a cambiare, almeno pubblicamente, verso gennaio di quest’anno, con la sua decisa presa di posizione a favore del movimento giovanile che, in modo analogo a quanto va succedendo in Egitto, comincia ad emergere a Gaza.
Scendere in piazza è troppo pericoloso a Gaza, se non piombano bombe dal cielo, piovono manganelli da terra. Fustigati da un governo interno che soffoca i diritti civili basilari, frustrati dal collaborazionismo criminale di Ramallah che viene a patti coi massacrati d’Israele, delusi e defraudati da una comunità internazionale lassista e compiacente coi carnefici, il grido cibernetico di questi ragazzi coraggiosi sta raccogliendo sempre più consensi a livello globale, a giudicare dai commenti sulla loro pagina web che si susseguono istante dopo istante da ogni dove.
Qualcuno mi ha chiesto dall’Italia se conosco le identità degli autori de Il Manifesto. Certo che li conosco. Sono la stragrande maggioranza degli under 25 che a Gaza incontri nei caffe’, al di fuori dell’università, per strada con le mani nelle saccocce vuote di soldi, di impieghi, di prospettive per l’avvenire ma gonfie di lutto e rabbia sottaciuta. Che adesso hanno manifestato.
A febbraio, mentre segue con entusiasmo e trepidazione le vicende dell’Egitto, Vittorio racconta l’aria che tira a Gaza:
anche nella Striscia mi deprime riportare come Hamas soffochi le spontanee dimostrazioni di appoggio all’intifada egiziana.
Durante un sit in nel centro di Gaza city dedicato alla situazione in Egitto, lunedi’ scorso 8 ragazzi e 6 ragazze sono stati arrestati e condotti in una stazione dove polizia, dove una delle ragazze, Asmaa Al-Ghoul, nota giornalista locale, è stata ripetutamente percossa.
Fra gli arrestati lunedi’ anche il traduttore dell’International Solidarity Movement: Mohammed AlZaeem. Mi sono recato personalmente a intercedere per la sua liberazione presso l’autorità locale, e l’ufficiale di polizia responsabile della sua detenzione ha confermato i miei sospetti sulle ragioni per cui le uniche manifestazione consentite qui sono quelle organizzate dal governo. Al centro agli interrogatori subiti dagli arrestati la richiesta incessante e opprimente di informazioni sull’identità del nuovo acerrimo nemico di tutti i governi arabi: Facebook.
Laddove serpeggia dello scontento, i moti prima tunisini e ora egiziani potrebbero rappresentare l’esempio per insurrezioni anche in Palestina, internet e i social network, la miccia per questa possibile deflagrazione.
Il 9 marzo, Arrigoni insiste:
Addirittura alcuni da fuori dalla Striscia hanno accusati i GYBO di essere a libro paga di Abu Mazen e la sua cricca di collaborazionisti; intellettuali e attivisti seduti nei loro confortevoli salotti che non si sono mai sporcati mai le mani del sangue e della sofferenza di un popolo in perenne lotta contro l’occupazione,e che non si scomodano neanche di approfondire le questioni sui qui discettano con la protervia dell’onniscenza..
Con chi ce l’ha, Arrigoni? Con un certo ambiente propalestinese italiano, tra gli altri.
Quello che vedo io, in una newsletter che seguo, è l’accorato appello della curatrice di un’agenzia di stampa molto vicina ad Hamas che invita a non fidarsi dei GYBO: “Le nostre fonti a Gaza ci dicono che dietro quest’organizzazione c’è qualcosa di molto losco e inquietante“. Israele, si suppone.
Meno subdolo e più pasticcione, quella vecchia conoscenza di questo blog che è il Campo Antimperialista parte a testa bassa:
Se questo cosiddetto manifesto rappresenta i giovani di Gaza c’è da mettersi le mani sui capelli. Per fortuna non è così.
Infatti, lo confessiamo, a noi sono sorti fortissimi dubbi sull’autenticità di questo Manifesto, che sembra uscito, non da Gaza, ma da qualche smandrappata riunione no-global italiana. Al di là del contenuto, ripetiamo, inaccettabile, colpisce lo stile occidentalissimo, anzi italianissimo del testo.
Chi sarebbe il no-global? Chi avrebbe mai potuto scrivere con uno stile “italianissimo”, a Gaza? Evidentemente, il Campo Antimperialista insinua che il manifesto dei GYBO lo abbia scritto Arrigoni stesso.
Gli attacchi del Campo Antimperialista ai GYBO e ad Arrigoni continuano e, alla fine, lui risponde con un articolo in cui, oltre a farli a pezzetti, scrive una frase che, quando io la lessi, mi diede qualche brivido:
Di sicuro c’è che affibbiare così dissennatamente ai giovani GYBO l’etichetta dei collaborazionisti d’Israele, non e’ uno scherzo, ma un pericolo serio per l’incolumità a Gaza di quei ragazzi mossi da intenti lodevoli sebbene ancora acerbi.
Già.
Il fatto è che in quei giorni – siamo a metà marzo – buona parte dell’ambiente propalestinese italiano desidera fortemente credere che questi giovani gazawi che sfidano Hamas siano “loschi”, come diceva quell’altra, e che a mettere Hamas sul banco dei cattivi non possa essere che Israele.
Perché? Perché la gente normale è semplice e vuole che i buoni e i cattivi siano ordinatamente disposti in file opposte. E perché la gente meno normale, i professionisti della causa araba in Italia, poco se ne fotte dei popoli che dice di difendere e molto se ne importa, invece, delle proprie agende politiche più o meno manifeste.
In questo clima, l’unico motivo per cui l’equazione GYBO=collaborazionisti non sfonda, nell’ambiente, è la voce di Arrigoni stesso. Che una credibilità ce l’ha, in quei circuiti, e fare passare per collaborazionista anche lui è impossibile.
Per quante allusioni si facciano allo stile “italianissimo” del manifesto GYBO.
Il 17 marzo, Vittorio racconta ciò che è successo alla manifestazione dei GYBO:
Meno di un’ora dopo Hamas decideva di terminare la festa a modo suo: centinaia di poliziotti e agenti in borghese hanno accerchiato l’area, e armati di bastoni hanno assaltato brutalmente i manifestanti pacifici,dando alle fiamme le tende e l’ospedale da campo.
Circa 300 i ragazzi feriti, per la maggior parte donne, una decina con fratture. Per tutta la notte di ieri fuori dall’ospedale Al Shifa, nel centro di Gaza city, poliziotti arrestavano i contusi mano a mano che venivano rilasciati dal pronto soccorso.
Molti gli attacchi ai giornalisti, ai quali sono stati confiscati telecamere e macchine fotografiche. Ad Akram Atallah, giornalista palestinese è stata spezzata una mano. Samah Ahmed, giovane collega di Akram, è stata colpita da un fendente di coltello alle spalle. Asma Al Ghoul, nota blogger della Striscia è stata ripetutamente percossa dagli agenti in borghese mentre cercava di soccorrere l’amica ferita.
Le forze di sicurezza di Hamas hanno convogliato l’attacco nel centro della piazza Katiba, dove si concentrava il presidio delle donne, figlie e madri di una Gaza che hanno conosciuto la gioia della speranza di un cambiamento, per poi risvegliarsi alla cruda realtà dopo un breve sogno.
E’ a quel punto che io scrivo ad Arrigoni scusandomi per avere pensato a lungo che lui fosse organico a certi ambienti, e che lui mi risponde dicendomi che avevo preso una bella cantonata e che lui, con i “professionisti del dramma palestinese”, non ha nulla da spartire.
La freddezza di certi nostri ambienti suppostamente pro-arabi nei confronti delle rivolte giovanili in Medio Oriente è visibile, palpabile. Non è che siano in molti, da noi, ad avere le posizioni che Vittorio sta manifestando, e a me basta per essere certa della sua onestà intellettuale.
Che lui stia cercando di descrivere ciò che vede a Gaza con la maggiore obiettività possibile, a costo di alcuni travagli politici e, suppongo, personali, è di nuovo evidente il 23 marzo:
Hamas che non sparava più un colpo contro obbiettivi israeliani da mesi, che in pratica aveva disarmato la sua resistenza e continuamente tramite il premier Ismail Hanye invitava le altre fazioni a fare altrettanto, decideva questo nuovo attacco mentre a Gaza city la sua polizia reprimeva nel sangue le manifestazione pacifiche dei giovani di Gaza per la fine delle divisioni, assalendo brutalmente anche i giornalisti di testate straniere come Reuters, France Television e Associated Press (secondo quanto denunciato dall’autorevole PCHR), e soprattutto, contemporaneamente ai primi contatti fra rappresentanti del governo di Gaza e Fatah col preciso intento di avvicinare le parti verso l’unità nazionale.
Evidentemente, questi eventi concatenati dimostrano come vi è una forte frangia all’interno di Hamas che lavora assiduamente affinché le divisioni interpalestinesi restino così come sono.
Il 14 aprile, Arrigoni viene rapito e strangolato subito dopo.
Cosa è successo quindi?
C’è tanta gente, tra le persone che frequento, che sostiene che Israele abbia messo il suo zampino in quest’esecuzione. Io non ci credo, visto che 1) avrebbero potuto farlo mille volte prima, per tre anni. Che senso aveva programmare un’operazione simile, all’interno della Striscia, e giusto mentre Vittorio stava facendo fare ad Hamas una figura quantomeno discutibile? 2) Non so quanto Vittorio fosse effettivamente un pericolo, per Israele. I suoi interlocutori erano antisionisti in partenza, non era – per stile di scrittura, per modo di porsi – uno che facesse cambiare idea alla gente. Io credo che Israele tema molto di più chi si rivolge agli ignavi che coloro che, in qualche modo, predicano ai convertiti. Triste, ma è così. 3) L’operazione politica che Israele ha portato avanti nei confronti della Flotilla sarebbe stata uguale, identica, anche con Arrigoni vivo. Non sarebbe cambiato nulla.
No. Decisamente non credo che Israele avesse interesse a fare uccidere Arrigoni.
Io temo che sia successo qualcosa di molto più tremendo e di infinitamente più stupido. Temo che dall’interno della galassia filopalestinese italiana sia partito qualche messaggio “alle nostre fonti di Gaza“, a un qualsiasi interlocutore dell’islam politico militante. Qualcosa del tipo: “Noi ci stiamo provando, a isolare questi GYBO, ma Arrigoni ce lo impedisce”.
E credo che, in un ambiente paranoico come quello di Gaza, simili messaggi abbiano potuto avere delle conseguenze più tragiche di quanto gli idioti nostrani si aspettassero.
Perché la frase di Vittorio – “Di sicuro c’è che affibbiare così dissennatamente ai giovani GYBO l’etichetta dei collaborazionisti d’Israele, non e’ uno scherzo, ma un pericolo serio per l’incolumità a Gaza” – era vera, e valeva anche per lui.
Soprattutto per lui, anzi. Con i suoi tatuaggi (proibiti dall’islam), con il suo essere comunque uno straniero in una terra che, lo ripeto, è – con tutte le ragioni del mondo – estremamente paranoica.
Io ho paura che Vittorio sia morto perché qualche demente, dall’Italia, abbia fatto circolare in certi ambienti di Gaza l’idea che potesse essere pericoloso per la causa.
Sarei molto, molto felice di sbagliarmi. Perché mi fa persino paura, questa cosa.
Molto interessante.
E non trovi alcuna relazione con l’omicidio di Juliano Mer Khamis, avvenuto qualche giorno prima? Due fatti scollati?
Due fatti uniti dal contesto, che è quello in cui tanti hanno interesse a mantenere le divisioni (interpalestinesi e non solo) così come sono, da parte israeliana come da parte palestinese. L’idea che davvero possa cambiare qualcosa, in Medio Oriente, tocca interessi ormai incancreniti, da entrambi i lati. Chi si fa portatore di quest’idea di cambiamento, quindi, rischia la pelle su entrambi i fronti.
Però Mer Khamis era un “pericolo” interno.
Arrigoni, al contrario, era comunque uno straniero. A me pare che a Gaza facesse un lavoro enorme di solidarietà e testimonianza, ma che il versante più propriamente politico, comunicativo, della sua attività, fosse quello in lingua italiana e rivolto all’Italia. Non sarebbe mai diventato leader di un movimento gazawi, ma poteva veicolare da noi i messaggi di questo movimento.
Di fatto, è morto nel momento in cui ha cominciato a sacrificare” l’opportunità politica” di quello che diceva all’amor di verità. E lo ha fatto in italiano, verso un pubblico italiano, contraddicendo altre realtà – ugualmente italiane – con interessi e legami a Gaza. E’ passato – in qualche modo, e certo al di là delle sue intenzioni – da alleato a pericolo, almeno secondo la mentalità di certi gruppi.
Prima che succedesse questo, lui a Gaza ci aveva vissuto tranquillamente, e per anni.
Grazie per la risposta.
Ho iniziato a interessarmi alla Palestina da (relativamente) poco tempo, proprio grazie alla diffusione di Arrigoni. Comunque sì, avevo avuto ( e ho)sentore di realtà italiane in contraddizione, ma non riesco ancora a definire in cosa e come.
Continuerò a seguirti!
Chi combatte guerre terroristiche, da un lato o dall’altro, ha come nemico primo non quello dichiarato, ma chiunque costruisca ponti, e minacci dunque la sua stessa esistenza e giustificazione. La tua ipotesi sembra dunque verosimile.
Siamo però certi che la sua attività politica e comunicativa fosse solo in italiano?
Il suo libro è stato tradotto in più lingue. Ma il suo blog, le sue collaborazioni sui vari media e la sua presenza sui SN – con le relative polemiche degli ultimi tempi – erano fondamentalmente in italiano.
Aveva fatto dei video in inglese, che io sappia, ma non con dei contenuti tali da pestare i piedi che aveva pestato qui.
Poi, ovviamente, posso anche sbagliarmi. Mi piacerebbe, come ho detto. Ma non credo.
E’ una brutta storia. Povero Vittorio.
A me sembra più che plausibile la tesi di Lia: Khemis era nemico interno ma Arrigoni era diventato un “pericolo esterno” per i fanatici nostrani, tutti presi dalle loro teorie complottiste e al loro “giocare alla guerra internazionale “sentirsi dei veri resistenti, eroici nemici dell'”Entità sionista” (ricordo che quell’imbecille di Pasquini del Campo Antimperialista aveva avvisato gli equipaggi delle Flottilla, sostenendo che Amira Hass fosse una spia per conto di Israele! Intimando quindi di farla scendere, e leggendo la sua posta settimanale su “Internazionale”, ha dato dei segnali in questo senso, cioè di aver patito la polemica. La stupidità non ha limiti!) Per me dall’Italia hanno visto Vittorio che diceva quello che davvero accadeva, e non potendolo sputtanare troppo, proprio lui, che fosse stato un altro avrebbero detto subito che era una spia israeliana, hanno cercato di farlo desistere in privato. Ma Vittorio nella sua integrità si é rifiutato di prestarsi a giochetti sporchi politici, e i portavoce vari di Hamas che stanno proprio in Italia, ricordiamo un certo architetto, portavoce di Ismail Hanyah, presidente del governo di Hamas, chissà perché indicato proprio lui e la sua pseudo-organizzazione (ma le organizzazioni umanitarie islamiche sono tutte uguali, almeno quelle in Italia: paravento per i Fratelli Musulmani e loro sezioni in attività diversificate) come gli unici elementi armati sulla Freedom Flotilla, più altri cinici inconsapevoli forse addirittura del danno che stavano per compiere e della pericolosità del gioco del “rivoluzionario di professione”, hanno scritto a Gaza, “ai loro contatti in loco” e coloro hanno ben pensato di eliminare un ex-amico diventato, a detta della banda di tragici buffoni in Italia e molto considerata dai paranoici di Hamas, probabilmente un “possibile sospetto”. Tanto per quel che vale una vita a Gaza… ..Stare lontani da certa gente e certe organizzazioni é un obbligo ormai….
Lia, però negli ultimi video Vittorio parlava molto della possibilità di essere ucciso, in uno addirittura si “dava già per morto”. Mi sembra strano che sospettasse di venir presto ucciso a Gaza, e addirittura per via di insinuazioni italiane.
Barbara, mi dai il link del video a cui ti riferisci?
Io comunque non ho mai scritto che Arrigoni sospettasse di venire ucciso a Gaza. Anzi: mi aveva scritto che pensava di tornare presto in Italia per vedere suo papà, ed eravamo d’accordo per vederci a Genova.
Queste cose, uno non sospetta mai che possano capitargli.
Eccolo qui, cara:
http://www.youtube.com/watch?v=cKSAC1XVj1Y&feature=player_embedded
E’ girato al cimitero, col testo redatto in precedenza, praticamente un testamento. Se non l’avevi visto, reggiti forte… :-(
No no, non intendevo che l’avessi scritto tu: intendo dire che se le cose stanno come ipotizzi tu, non coincide con la sua sensazione di pericolo imminente. Insomma: o stava a Gaza tranquillo da 3 anni come dici, oppure non stava tranquillo per niente e presagiva qualcosa… i video lasciano presumere quest’ultima ipotesi.
Ah, ma certo che conosco quel video.
Chiarisco il mio pensiero, Barbara: quando dico che Arrigoni stava a Gaza tranquillo, mi riferisco ai suoi rapporti col territorio, ovviamente, non al fatto che non ritenesse di essere in un posto pericoloso. Mi pareva chiaro: uno che sta a Gaza non ragiona come uno che sta a Cesenatico, ed è normale che metta in conto di essere ucciso in qualche guerra o in qualche incursione israeliana o per un semplice proiettile vagante mentre fa da scorta ai pescherecci. E’ lì per quello, per esporsi a queste cose.
Diverso è temere il fronte interno: io, se stessi a Gaza, vorrei potere temere solo gli aerei israeliani.
Mi fa orrore l’idea di dovere stare attenta a girare per strada perché qualche idiota, dall’Italia, va scrivendo a chissà chi che sono una mezza spia o che sono antigovernativa o che sono comunque un pericolo per la causa.
E questo è ciò che temo sia successo.
Arrigoni, giustamente, metteva in conto di potere essere ucciso dagli israeliani, come tutti a Gaza.
Non da un gruppo di ragazzini gazawi mentre usciva dalla palestra.
(la Cloro, per motivi suoi, mi ha chiesto di mettere in moderazione i suoi commenti. Obbedisco.)
Queste sono le prime cose intelligenti che abbia mai letto sull’assassinio di Arrigoni. E incredibile come nessuno, nel formulare ipotesi sui mandanti, abbia indagato la pista più ovvia: le prese di posizione pubbliche dello stesso Arrigoni nelle settimane precedenti la sua morte. E invece la comoda, ideologica pista israeliana si e imposta, senza bisogno di indizi o di plausibilità. ciò la dice lunga sulla degenerazione intellettuale (e morale) degli “anti-” nostrani…
Confermo. Nessuna censura da parte di Lia.
Lia…. purtroppo credo tu possa avere ragione, come diceva una utente su fb… forse se non tutto almeno quasi su tutto. Restano da capire tante altre cose, ma non la luminosa idealità di Vittorio e nemmeno il suo gran cuore. Quello si capisce benissimo, ed a me per il momento basta. Purtroppo non siamo noi che potremo svelare intrighi solo evocandoli o sospettandoli, ne esorcizzare o smentire dei sospetti. L’importante è l’esempio che Vittorio ha dato in vita, quello di una persona giusta. L’importante è comunque fare anche molta attenzione, per non fare la sua fine, che, per quanto se ne possa dire, è sempre una gran brutta fine. Una vita luminosa stroncata molto prima dei cento anni che si augurava ancora di vivere e solo perchè le tenebre vincessero sulla luce… come avrebbe detto Qualcuno più di 2000 anni fa… Ciao Lia… spero ti abbia fatto piacere rivedermi e che… ti farà piacere essere “cliccata” su FB. Buona serata.