L’Avana è piena di venditori di film in dvd, ogni tot portoni ce n’è uno. Ogni dvd contiene quattro o cinque film, normalmente, o mezza stagione di una serie tv, e costa un dollaro. Io mi sto rimpinzando di film e filmetti.

Ci sono le serie USA e quelle latinoamericane. Quelle d’amore e quelle dedicate ai narcos, tipo il nostro Romanzo Criminale, e c’è anche Romanzo Criminale quello vero, sottotitolato in spagnolo. C’è tale “Made in Cartagena” che prima o poi devo comprare, ché la vedo dappertutto e deve essere popolarissima, e sulla copertina ci sono dei fustacchioni in costume da bagno e i grattacieli di Cartagena de Indias sullo sfondo, così vedo un po’ come è la città.

E ci sono un sacco di serie coreane. Sì, coreane. Sottotitolate in spagnolo. Chiedo: “Ma i coreani fanno buone serie tv? Davvero si vendono?” “Caspita!”, mi dicono. “Ce n’è di ottime, la gente le compra eccome.” E mi mostrano tutta la fila coreana sugli espositori, con i caratteri strani e delle belle ragazzotte con le facce tonde e gli occhioni a mandorla, le intuisci coinvolte in storie d’amore assai struggenti.

Coi film è la stessa cosa, i gusti dei cubani in fatto di film non conoscono barriere geografiche. Oggi ho comprato il combo – si chiamano combo, sì – degli oscar, con La vita di Pi e I Miserabili e non so cos’altro, e poi un altro combo di cine colombiano e argentino e infine mi sono messa a guardare le file dedicata a Bollywood. La venditrice di dvd era una massaiona di mezza età con un grembiule a fiori; davo per scontato che non sapesse nulla di cinema indiano e mi rigiravo i dvd tra le mani, perplessa. “Ne avete un sacco”, ho buttato lì. E lei: “Ah, i film indiani sono strepitosi, a me piacciono molto, vuoi qualche consiglio?” Ed eccomi schiaffeggiata moralmente. Ha tirato fuori un sacco di dvd e mi riassumeva le trame, e questo è allegro, fresco, questo è un po’ un drammone ma ha belle musiche, questo è uno spasso, questo no, non te lo consiglio. E poi: “Ecco, Bol. Questo non è propriamente indiano, credo sia pakistano, è ambientato in un contesto musulmano ma è abbastanza duro.” “Parla male dei musulmani?” chiedo io, sospettosa. “Nooo, ne parla bene! Però racconta di uno stupro, c’è un forte risvolto sociale, è una storia amara.” Poi mi informa che al cinema di calle 23 y 12 comincia la settimana di cinema indiano, domani, imperdibile per gli amanti del genere. Lei ci va. Hai capito, la massaia a cui non volevo chiedere consiglio.

Qualche metro dopo, il gelataio che vende le vaschette della Nestlè – inaudita ghiottoneria, in questa patria del riso e fagioli – mi dice di pagare fuori ché dentro è in corso un’ispezione. “Ma ne avete spesso, di ispezioni!”, esclamo io, e lui alza gli occhi al cielo, da bravo cittadino alle prese coi controlli statali, e poi mi chiede di dove sono. “Colombiana?” “No, italiana.” “Ah, be’, allora! Voi avete risolto il problema, Berlusconi ve le ha abolite del tutto!” Che, devo dire, è un’osservazione non banale, da parte di un gelataio residente dall’altra parte del mondo. E’ una precisa sintesi della politica berlusconiana, in effetti. Il gelataio è informato, e bene. “Il processo è finito o non ancora?”, mi domanda, e io rispondo qualcosa sul fatto che minaccia di fare cadere il governo, in caso di condanna, e lui mi dà il gelato e mi dice di non pensarci, di godermi il sole e il cornetto e di lasciarmi le brutture della politica italiana alle spalle. Obbedisco, certo. Che vuoi che faccia.

I cubani sono cittadini del primi mondo inseriti in un contesto non industrializzato”, diceva il mio prof. E’ vero, ma c’è qualcosa che non mi è del tutto chiaro. La questione sociale, credo. Il fatto che questo “cittadino del primo mondo”, dalle parti mie, non ha il grembiule a fiori e la crocchia, non serve il gelato da un baracchino. E’ un cittadino borghese. Le donne col grembiule o gli uomini con la casacca da gelataio non parlano di cinema e non sono granché acuti nel discettare di politica estera, nel primo mondo da cui vengo io. Non più, almeno. Forse negli anni ’70 era diverso, non ne sono sicura. E, no, non è solo una questione di immagine. E’ che in Italia si suppone che i poveri siano ignoranti. Ed è strano, se ci pensi, considerando che abbiamo scuola di Stato e obbligo scolastico. Non so, ci devo pensare.