Tra il Guatemala e il Nicaragua c’è, dannazione, l’Honduras, quindi eccomi a Tegucigalpa. La mia missione consiste nel prendere il Ticabus per Managua appena ne acchiappo uno.

Sono partita in pullman da Rio Dulce, Guatemala, ieri mattina. Abbiamo passato la frontiera dopo un paio di ore di viaggio, sotto una pioggia scrosciante, ed era tutto tristissimo. I camion di banane parcheggiati, che nel grigiore generale mi facevano pensare solo alla United Fruits e alla sventurata storia di questi paesi. I cartelli che ti dicono che dietro le promesse di emigrazione facile c’è la tratta di esseri umani, magari per toglierti gli organi o per farti fare bambini da vendere. Non avevo mai sentito parlare tanto di commercio di organi come da quando sono in Centro America, è un’ossessione. E tutti – dalla Lonely alla Rough alla gente a internet – che ti dicono che la mia città di arrivo, San Pedro Sula, è orribile e pericolosa. Decido di rimanerci giusto il tempo di saltare da un bus all’altro e di andare a raggiungerlo a Tegucigalpa, il Ticabus per il Nicaragua.

 

 

 

 

 

 

 

Partiamo da San Pedro. Il panorama è verde e montagnoso, come in Guatemala, ma non altrettanto bello. Osservo, perplessa, diverse macchine che vanno in giro senza targa. Quando arriviamo a Tegucigalpa è buio pesto, nonostante siano solo le otto di sera; qui sono nemici dei lampioni come a Cuba. Ho il nome di un hotel consigliato su Tripadvisor: dovrebbe essere vicino alla stazione del Ticabus, che parte domattina alle nove, e pulito e accogliente e pieno di virtù. La zona delle stazioni dei pullman è una zonaccia, pare, ma se l’albergo è decente chissenefrega, dico io, e scendo baldanzosa dal bus.
In una stradina in mezzo al niente.
Siamo io, gli altri passeggeri che si dileguano immediatamente e una manciata di macchine senza insegne da cui certi tizi dalla faccia da assassini gridano: “Taxi!” Poi c’è la fine della stradina e una stradona di periferia in cui sfrecciano le macchine.
Chiedo a due signore dove posso trovare un taxi vero. “Eh, qui il problema è che non ci sono!”, mi rispondono. “E quindi io come ci vado in albergo?”, chiedo. “Be’, meglio se prendi uno di questi. Prenderlo in strada sarebbe peggio”, dicono loro. Sarebbe peggio. Bene.
Vado dal meno ceffo dei proprietari di finti taxi e gli comunico l’indirizzo del mio hotel. “Ah, è a Comayagüela”, dice lui. “Ah, como mi abuela”, capisco io, poco avvezza all’accento hondureño e pronta a incontrare la nonna del tassista nel mio hotel. “Bene, ma non andiamo soli, carichi qualcun altro!”, ordino io, e lui trova una coppietta dall’aria mite e partiamo.
Comayaguela è, in realtà, il peggior quartiere di Tegicugalpa: alle otto di sera, l’idea di camminarci è fuori discussione. Non c’è in giro un’anima né un negozio aperto, solo delle prostitute sedute sui marciapiedi, qua e là, che ridono e fanno gesti al taxi, e dei tizi appoggiati alle pareti con le bottiglie in mano e l’aria da tagliatori di teste. L’hotel consigliato su Tripadvisor, che dio ne accechi i contribuenti, ha l’insegna sbilenca, tutte le finestre buie e dei tizi appostati fuori che fendo con la mia valigia e l’aria più minacciosa che ho. Dentro, scopro che non hanno manco internet, e io sono senza linea sul cellulare da quando sono entrata in Honduras e non ci rimango, là dentro, senza manco uno strumento di comunicazione. Torno dal mio taxista, che ormai non mi sembra più un tagliagole ma il più angelico degli abitanti di Tegucigalpa, e andiamo a cercare un altro hotel, sempre con la mite coppietta che dovrebbe andare a casa sua e non ci andrà fino a quando non mi posano da qualche parte.

Sono finita in un posto chiamato inspiegabilmente Palace Hotel e identico a un penitenziario, benché dotato di internet. La porta che comunica con il corridoio dove ci sono le camere è degna di Sing Sing:

“Ma che è?”, chiedo io. “E’ per la sicurezza”, dice l’albergatore. “Dove posso mangiare qualcosa?”, chiedo io. “C’è un posto all’angolo ma la devo accompagnare, per sicurezza”, dice lui. “Ma la finite di spaventare gli stranieri, gessù?”, dico io. “Perché mentire?”, dice lui.

Ho mangiato dei biscotti in camera. Vado a prendere il bus per il Nicaragua, vado.