A Matagalpa dormo all’Hostal Naked Gringo. Il suddetto gringo nudo (lo si può vedere, vestito, nella foto sul sito) è un simpatico tizio di Seattle con le unghie dei piedi laccate di nero che si è trasferito qui, mi diceva, perché ha “raggiunto l’età della pensione”. A me pare che non abbia nemmeno 50 anni ma, che vuoi che ti dica, mi pareva brutto fare domande. E’ qui da nemmeno un anno e non parla una parola di spagnolo. “Be’, mi pare che sia facile aprire un’attività in Nicaragua!”, ho detto io. “Scherzi??” ha detto lui. “Ho dovuto comprare tutti i mobili, dirigere gli operai, è stato difficilissimo!”
“…”, ho detto io.

In questo momento, sempre a Matagalpa, sono piazzata nell’accogliente ristorante italiano La vita è bella (il più diffuso dei nomi, tra i locali italiani incrociati dal Messico a qui) e uso la loro wifi dopo avere apprezzato la loro pasta coi funghi.

Il ristorante è italiano sul serio e la cucina è quella che potrei fare io, totalmente nostra e senza nessuna influenza locale. Però la clientela è tutta nicaraguense: se aspettassero i turisti italiani potrebbero bellamente chiudere, credo di essere l’unica in un raggio di miglia. Al taxista devi dire: “Mi porti dall’italiano!” C’è solo lui, non puoi sbagliare.

A Ometepe ce n’erano diversi, invece, e uno mi raccontava che negli anni ’90 la domanda tipica, tra gli espatriati, era: “Anche tu socialista?” Tutti in fuga da Mani Pulite. “Qui ci viveva pure il sindaco di Aosta, c’era un sacco di gente”, mi spiegano.

Parlando di ristoranti italiani, mentre ero di passaggio a Managua ho pensato di andare a mangiare dal più famoso dei nostri latitanti in Nicaragua, l’Alessio Casimirri dei sei ergastoli per via Fani e che cucina, dicono, molto bene. Una vicenda esistenziale notevole – e così ultra-italiana – finita nel porto tranquillo dei sobborghi eleganti di Managua. Mi incuriosiva, ebbene sì.
Sono arrivata fin lì ed era chiuso, maledizione, e un ragazzo mi ha detto che apre solo dal martedì al venerdì, e solo di sera. ‘Na voglia di lavorare che se lo porta via, proprio.

Lavorare con molta calma è, del resto, uno dei motivi per cui la gente si trasferisce qui, latitanze a parte. C’era scritto pure sul menù del bar dove facevo colazione a San Juan del Sur: “Siamo chiusi la sera per goderci il tramonto e perché, se avessimo voluto lavorare 15 ore al giorno, ce ne saremmo rimasti nei nostri paesi d’origine.”

Uno mi spiegava: “Qui non si viene per fare soldi. Qui si viene per stare in un bel posto durante le ore, poche, in cui ti guadagni ciò che ti serve per vivere.” E forse è la migliore destinazione di cui io abbia notizia in questo periodo, il Nicaragua.

La storia più bizzarra che ho sentito, comunque, è quella del lombardo che guidava felicemente le ambulanze al paese suo quando, un bel giorno, la mamma gli ha detto: “Voglio andare a vivere in Costa Rica!”, e lui ce l’ha portata e ha aperto un locale con cui mantenere entrambi. Poi la mamma ha detto: “No, voglio vivere in Nicaragua!”, e lui si è trasferito in Nicaragua e ha aperto un locale pure qua. Adesso la mamma ha deciso: “Voglio andare a Tenerife”, e lui sta pensando a cosa aprire lì. Insomma, ‘sta mamma formidabile si sceglie i posti e mette il figliolo a lavorarci, voglio fare pure io così. Non so come ho fatto a non pensarci, avrei potuto addestrare Pupina a tale nobile scopo e adesso vivrei felice, maledizione.

Una categoria molto in fuga, insomma, quella degli expat locali. Diversa dagli appassionati e inquieti stranieri del Medio Oriente o dai più banali donnaioli di Cuba, e per lo più amichevole e discreta. Che sia fuga dalla legge o dal semplice stress, mi pare che l’obiettivo comune sia quello di campare in pace. E mi sembra che ci riescano, pure.