San Salvador è praticamente l’inferno in terra. Arrivi dal sano, piacevole Nicaragua, e l’impatto è devastante. Nella foto, una comune gabbia casa in un quartiere qualunque della città. Notare che le sbarre sono anche sopra, è impossibile penetrare da qualsiasi lato. E la gente vive così, il taxista non capiva cosa avessi da fotografare. Gli pareva normale.

Accumuli tensione: il taxi, che deve essere fidato e che ogni tot comunica la sua posizione alla centrale. Il filo spinato, le sbarre, il centro fatiscente. E l’itinerario che ti ritrovi a percorrere. Il ricordo delle violazioni dei diritti umani, il martirio di monsignor Romero e di tanti altri altri religiosi, i sei gesuiti, le suorine stuprate e uccise – uno se lo dimentica che c’è una Chiesa che, per essersi schierata dalla parte giusta, ha pagato un tributo di sangue altissimo, in Centro America.

Monsignor Romero non venne ucciso nella cattedrale, come molti pensano. Lo uccisero nella cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza, a pochi passi dalla stanza in cui abitava. Era un’ospedale per malati terminali gestito delle suore e lui, rifiutando i lussi dovuti alla sua posizione, aveva scelto di stare lì.

Arrivo ed è chiuso. C’è una famiglia sconsolata che è venuta da fuori città e guardiamo tutti assieme il cartello che ci dice di tornare l’indomani. “Chiamiamo una suorina e facciamoci aprire!”, decido io, fiduciosa. E infatti la suorina è gentilissima, ci apre, entriamo. Gli altri si mettono a pregare, io sto là.

Non è facile scrivere su queste cose: vorresti postare decine di foto perché ognuna ti ha fatto un po’ di male, mentre la scattavi, e nella loro banalità ti sembrano importanti. Poi invece ti rendi conto che non ne vale la pena: le stesse foto sono ovunque, su internet, e forse non ha senso stare a condividere su un blog il proprio recente ripasso della storia salvadoregna o nicaraguense o guatemalteca.

Nella cattedrale, comunque,  lo hanno seppellito, e ci mancherebbe altro. Giù nella cripta, per essere precisi. Quando sono scesa c’erano famiglie indigene con bimbi che facevano merenda sotto un suo enorme ritratto, e uomini che conversavano davanti al sepolcro.

Subito dietro, la tomba di Enrique Álvarez Córdova. Hanno ammazzato un sacco di galantuomini, in Salvador.

Poi sono salita e sono entrata nella cattedrale vera e propria. E lì, di ritratti di Romero non ce n’erano. Ce n’era uno – incongruente, assurdo, come un errore e invece era lì, al posto d’onore accanto all’altare, ed era un messaggio che più chiaro non avrebbe potuto essere – di Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei.

Sono andata via credendomi disgustata. Non avevo ancora visto niente, invece.

(Continua.)