Ticabus, destinazione Città del Guatemala. Alla frontiera, un gruppo di donne che cuociono pupusas sono l’ultima immagine che ho del Salvador.

Passo la frontiera con un senso di liberazione, satura di filo spinato e paura generale e esigenze di sicurezza e orrori vari. Il Guatemala mi appare come il più pacifico dei paesi, in confronto: è la seconda volta che ci entro e, ricordo bene, almeno non è zeppo di gente che ti sconsiglia pure di camminare per strada.

Volendo fare un bilancio dei paesi visitati fino a ora, se il Nicaragua è il più seducente, vivibile e umano, il Guatemala è però il più bello. E’ più che bello, anzi: è magnifico. E’ magnifica la sua natura, è magnifica l’architettura coloniale di Antigua – altre celebratissime città coloniali scompaiono, al confronto – come sono magnifiche le rovine maya ed è magnifico l’artigianato – superiore di molto a quello dei vicini. E’ un paese così colmo di meraviglie che ti stupisce che non trabocchi di turisti, che non ne riceva ancora di più quelli che vedi.

E’ anche un paese la cui storia riesce a essere ancora più tragica di quella del Salvador o degli altri vicini. La Rough Guide la presenta con una cronologia essenziale, secca e proprio per questo raggelante:

1901
: la United Fruits inizia la coltivazione delle banane in Guatemala. Monopolizza le linee ferroviarie e i porti e stabilisce una presenza politica pervasiva.
1944: il Guatemala inizia un esperimento politico di 10 anni di “socialismo spirituale”.
1952: viene approvata una legge che ridistribuisce le terre della United Fruit Company. Centomila famiglie di contadini ne beneficiano.
1954: la CIA organizza l’invasione del Guatemala per rovesciarne il governo “filocomunista”.
1955-85: i governi militari che si succedono gettano il paese in una spirale di violenza, declino economico e corruzione.
1976: uno spaventoso terremoto lascia 23000 morti 77000 feriti e un milione di senzatetto. Dinanzi alla distruzione, aumenta la presenza di gruppi di guerriglieri.
1978: Lucas García prende il potere, rilancia la guerra civile e massacra circa 25000 civili, intellettuali, politici, religiosi e dissidenti.
1982: colpo di stato di Efraín Ríos Montt. Con le sue Pattuglie di Difesa Civile porta il paese al massimo livello di scontro.
1985: Vinicio Cerezo vince le prime elezioni legittime in 30 anni, ma l’esercito ha ancora chiaramente il controllo del paese.
1992: la guerra civile continua. Rigoberta Menchú vince il Premio Nobel per la Pace per la sua campagna in difesa della popolazione indigena del paese.
1996: gli accordi di pace vengono firmati il 29 dicembre.
1998: il vescovo Juan Gerardi viene assassinato due giorni dopo avere pubblicato un rapporto sui crimini di guerra che denuncia l’operato dei militari.
1999: Alfonso Portillo prende il potere. Il suo governo, estremamente corrotto, lascerà il paese virtualmente in bancarotta.
2007: viene eletto Álvaro Colom, primo presidente di sinistra in 50 anni.
2011: la criminalità è ormai da anni il principale problema del paese, a causa del narcotraffico e delle maras.

Città del Guatemala ha, come tutte le capitali centroamericane, fama di essere brutta e violenta. A me non lo pare. Forse ho ricalibrato il mio concetto di brutto e violento o, semplicemente, tanta fama è eccessiva. Chiedo lumi al tassista, come al solito, che stavolta è un signore gioviale che ha vissuto anche in Salvador e mi conferma che non c’è paragone tra le due capitali: “Non vede che qui gli edifici sono più puliti e si nota meno degrado?” Ha ragione. Mi spiega che hanno un bravo sindaco, che i trasporti cittadini funzionano bene e che, insomma, non si vive malaccio. Nonostante i problemi, certo.
Mi faccio portare a fare colazione in una bella zona. Viali, edifici moderni, tante belle cafeterias. Giro un po’ per i dintorni e all’improvviso, da lontano, mi pare di intravedere una sagoma che non assocerei al Centro America. Mi avvicino e, no, non sbagliavo. Non so cosa diavolo gli prenda ai centroamericani, con Israele, ma sono a plaza Israel e non c’è proprio dubbio:

L’unico legame che conosco io, tra Guatemala e Israele, è la vendita di armi e la consulenza militare che quest’ultimo ha prestato all’esercito guatemalteco durante la guerra civile. Tanta piazza sarà dovuta a questo? Non ne ho idea. Probabilmente.

Sono di buon umore. Decido di andare a visitare il centro – zona 1, lo chiamano – che è abbastanza fatiscente, povero, un po’ cupo persino di mattina. Camminando, arrivo alla cattedrale. Di buon umore, dicevo.
Le colonne che la circondano hanno qualcosa di strano: mi avvicino e, certo, sono nomi incisi nella pietra.

Ancora dolore, avrei dovuto saperlo. Se lo avessi saputo, anzi, forse non ci sarei nemmeno venuta, qua. Non oggi, non con ancora il Salvador addosso, non mentre sono già così satura di dolore e di inutilità del dolore. E invece ci sono e devo guardare, devo leggere, non posso rimuovere. Troppo tardi, e la cronologia che avevo letto sulla guida prende vita
Ma sarà meglio fare un post nuovo, per raccontare la cattedrale.