Io, per esempio, volevo dire alla mia comesichiama, alla mia matrigna, o chiamala come vuoi:
Ciao, ti ricordi del bracciale di corallo che mi portasti dalla Sardegna quando avevo 17 anni? Con i coralli rossi e il fermaglio d’oro, molto bello. Che mi stava grande e me lo misi come cavigliera, quello. Quello che poi ritrovasti rotto nel mio armadio, nascosto sotto le magliette. Che ci rimanesti malissimo, e mio padre poi mi disse che non te lo meritavi, che io spezzassi in due il tuo regalo e lo buttassi lì sotto, che era stato un comportamento odioso. Anche mio padre ci restò male, ricordo lo sguardo duro che aveva mentre me lo diceva.
Ecco, volevo dirti che non andò così. E’ che si spezzò il filo, mentre lo usavo come cavigliera. E siccome mi dispiaceva dirtelo, lo nascosi lì sotto per farlo poi aggiustare di nascosto, a tua insaputa. Quando avessi avuto i soldi per farlo.
E poi rimasi senza parole, nel sapere come lo avevate interpretato. Certe volte ammutolisco, io. Mi è sempre successo.
Volevo dirtelo quest’estate, 31 anni dopo. E invece niente, ma forse è che non lo vuoi sapere. Anzi: forse, 31 anni fa, non lo dissi perché lo capii, che era più generoso tacere.



Che vissuto profondo (e doloroso, purtroppo!).
(Lia, ti posso chiedere se il tuo indirizzo email è ancora quello segnalato sul blog?Grazie)
Sì, certo, è quello. Ciao.
…Fa pensare molto. Anche il dettaglio che tu non l’abbia taciuto invece nel tuo blog, a chiusura di un capitolo rimasto aperto per tanti anni.
Nel blog comunque hai potuto dirlo, Lia, ed avere la quasi certezza che il messaggio arrivi a destinazione. Ci sono situazioni molto più ineluttabili, cui la vita ti espone. Tutto il non-detto a mia madre, tutti gli aggiustamenti tra madre e figlia adulta (che ci ha messo più del necessario a diventare adulta) ,sono sempre lì che ritornano, in un eterno monologo, ormai.
E c’è anche il non-fatto. Parlando con una mia amica, quando c’era il tempo, le dicevo “devo portare mamma a vedere Parigi, e anche un vulcano” (voleva vedere da vicino un vulcano, mia madre) e lei mi disse : “fallo, perché il tempo passa in fretta e potresti rimpiangere perfino di non averle portato un bicchiere d’acqua”. Avrei dovuto starla a sentire. Non l’ho fatto, perché avevo costruito una vita più complicata del previsto, perché ero ancora impegnata a crescere, e quand’è così i desideri di una madre finiscono in fondo alle priorità. Così che quel desiderio è diventato un mio desiderio impossibile. E non mi alleggerisce poterlo dire qui. Grazie comunque.
Un abbraccio forte al gusto di mirto e lentisco:)
Il non-detto. Quest’esatate ho scritto “non-detto” in un temino in una lingua straniera, per uno di quei corsi estivi che si fanno per ragionare&procrastinare. La lingua del temino credo poi che sia stata la prima ad aver dato forma al concetto di non-detto, ma una maestrina più giovane di me ha corretto con “qualcosa che non ho detto”. Diamine, se fosse davvero la stessa cosa, dove sarebbe a quest’ora il problema?
Giurìn giureta che d’ora in avanti per procrastinare troverò altri sistemi. E poi in quella lingua non c’è differenza tra “pudore” e “senso di vergogna”, come se il silenzio, la delicatezza, la cura nella scelta di gesti e parole fossero tutta questione di pudenda&vergogne. No davvero, andrò a far dell’altro.
Non voglio fare il navigato, ho avuto anche io situazioni spiacevoli, imbarazzanti come quella che hai descritto.
Un libro che mi aiuto’ molto fu “Your erroneous zones: di Wayne Dyer roba risalente al ’95 – anni fa si trovava anche in versione italiana – magari lo hai anche letto, illo tempore…