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Ne ha parlato anche Alberto Biraghi qui.
Al di là della storia in sé (che forse è vera o lo è in parte o non lo è, ma non importa) mi pare che il merito del libro stia nel trasmettere un’atmosfera, quella della Palestina tra gli anni ’20 e il 1948, che ti sembra di riconoscere come se l’avessi vissuta perché è l’unica possibile, l’unica plausibile.
Un’atmosfera che è immaginabile solo così, in un romanzo delicato che racconta la distruzione di un mondo.

Di Sélim Nassib, scrittore libanese di famiglia ebrea, avevo letto un articolo su El País, nel 2000.
Mi era talmente piaciuto che l’avevo ritagliato e conservato, poi tradotto in italiano.
Ne ripubblicai la traduzione qui sul blog un anno e rotti fa.
Racconta lo scoppio della II Intifada e inizia così:

Ero in Israele per preparare un libro quando esplose tutto; vidi come i palestinesi e gli israeliani, che frequentavo tutti i giorni e che abitualmente vivevano distanti dalla politica, affondavano all’improvviso nell’incubo.
Affondai insieme a loro.

E così ho scoperto che è questo, il libro che stava preparando allora: L’amante palestinese.
Mi è arrivato al Cairo senza che nemmeno lo chiedessi, ha trovato la strada.