Si discute, in giro, della decisione presa oggi dal Parlament catalano. Sulle polemiche contro la corrida, io nel 2002 la pensavo così, uguale a oggi:

Corrida-Pablo-Picasso

(Vecchio post riciclato per l’occasione)

A proposito dei discorsi anti-corrida, non so. Io, prima di considerare sadico un popolo, e magari pure Goya, Garcia Lorca, Picasso, Hemingway, mi chiederei se, per caso, c’è qualcosa che mi sfugge. Perché, mi pare, è strano immaginare le plazas de toros piene di alienati sanguinari che passano il pomeriggio godendo della sofferenza altrui.
Non è nemmeno molto logico.

A me piacciono gli animali.
Ho sempre avuto gatti e poi, per dire, non uccido nemmeno i ragni: se ne vedo uno in casa, lo libero delicatamente fuori dalla finestra.
Ma, avendo vissuto in Spagna per un bel pezzo, non mi sognerei mai di emettere certi giudizi, o di augurarmi la morte di qualche giovanotto di Pamplona, o peggio.
Al contrario: ammiro profondamente la capacità degli spagnoli di ritualizzare l’essenza della vita e della morte. Ché, in fin dei conti, la corrida non è altro che questo.

Noi neghiamo la morte.
Dimentichiamo che siamo sempre sulla frontiera tra natura e cultura, che siamo di carne e sangue, che in noi convivono forze diverse, che siamo figli della Natura e non solo della Ragione, e che, alla fine della nostra battaglia per la vita, c’è la morte.
Ce ne dimentichiamo, lo rimuoviamo, pensiamo ad altro.
Per forza. In tutto questo c’è l’essenza della sofferenza umana, la tragicità della vita, la sua insensatezza.
La Corrida è il rito che dà una forma a tutto questo.
Quando diamo una forma alle cose, le rendiamo più comprensibili ed accettabili.

Quando ero ancora una straniera che si scandalizzava per la ‘barbarie’ contro i tori, un mio amico spagnolo mi spiazzò completamente dicendomi: “Lo sai che, se volessimo vederla come un’allegoria del rapporto uomo/donna, il toro sarebbe l’uomo e il torero la donna?”
Chi l’avrebbe mai detto.
Eppure la simbologia è quella, al di là dell’allegoria del mio amico: la forza bruta contro l’astuzia, l’intelligenza. La passione cieca contro la strategia, il controllo. La possenza fisica contro l’eleganza. Queste cose qui e, soprattutto, la bellezza che nasce da questo conflitto, la trasformazione di questa dinamica in pura, assoluta forza estetica.
Creata da entrambi gli elementi, dalla loro contrapposizione.
E’ questo, il punto: il fatto che tutto ciò crei bellezza.

Natura contro cultura, questo è ciò che va in scena.
Il toro è il ‘complice dell’oscurità’, è il rappresentante più forte e più nobile di tutte le forze primitive, naturali, che l’uomo deve dominare se vuole rimanere vivo.
E il pubblico è dalla parte del torero, certo. Perché il torero rappresenta tutto ciò che è umano, fragilità compresa.
Sarebbe contro natura, non identificarsi con il torero, dovendo scegliere chi è che va a morire. Sarebbe simbolicamente suicida.

Ché poi nella sfida non c’è odio, non si è nemici: il toro non è solo fuori, è anche dentro di noi.
La corrida richiama un conflitto interno, non esterno.
La Spagna ha la forma di una ‘piel de toro’, l’immagine è stampata bene in profondità, nell’inconscio collettivo.
Como el toro he nacido por el luto‘, diceva uno dei mille poeti spagnoli che, quando fanno i conti con la parte più profonda di sé, trovano quello. L’animale più amato, più profondamente rispettato che c’è in Spagna.

E’ un animale destinato a morire, certo: come tutti, come noi.
Ma a me, da straniera, ha sempre colpito molto il rapporto più diretto, più sano, più consapevole che gli spagnoli hanno con la morte, rispetto a noi.
Non è una cosa da nascondere, da dimenticare. E’ una cosa che c’è.

Forse, prima o poi, la Spagna abolirà la corrida. Non ci credo nemmeno un po’, ma ammettiamolo pure. In nome di una malintesa europeizzazione (ma cosa c’è di più mediterraneo del rapporto tra l’uomo e il toro, poi) viene proibito tutto: corrida, San Fermin, tutto.

Che bello. Per prima cosa, spariscono i tori.
Per non farli soffrire, non li facciamo nemmeno vivere.
Lo stretto numero indispensabile per garantire la perpetuazione della specie bovina, e il resto a fare la fine descritta da Movido, qui.
Europeizziamoci, adeguiamoci agli standard politicamente corretti. In Spagna ci sono più tori che in tutto il resto d’Europa messo assieme? Poniamo fine all’anomalia.
Le sterminate tenute dell’Andalucia, potremmo convertirle in centri di vacanza, costruire palazzine, forse qualche ipermercato.
Le plazas de toros, le abbattiamo. Mica possiamo trasformarle in museo, sarebbe come ricordare la barbarie.
I giovanotti di Pamplona?
Ma che vadano a fare le loro prove di coraggio in macchina a 200 all’ora contro un platano: è così che si fa in Europa, del resto.
I toreri?
Che diventino calciatori, così guadagnano pure di più.

Non cambierebbe nulla, in realtà: gli ex tori morirebbero lo stesso, e peggio.
I giovanotti farebbero circolare adrenalina in altri modi.
Cambierebbero solo i colori di quel pezzo di mondo: più grigio, più uniforme, più smemorato, più lontano dalla propria storia.
Più uguale a tutto il resto.
Ci sarebbe solo meno bellezza, cambierebbe solo questo.
Più bruttezza.
Il sangue, quello rimarrebbe sempre.
Nascosto sotto il tappeto del non voler vedere collettivo, che fa tanto ‘persone civili’.